La destra americana chiede alle donne di farsi da parte, e molte iniziano a ribellarsi

Per anni, tra podcast, social e panel conservatori, nella nuova destra americana ha circolato una promessa implicita che non riguardava solo la politica, né la sfida al progressismo. Era un gioco delle parti più sottile. La possibilità per le giovani donne di occupare uno spazio nuovo, trasgressivo e riconoscibile, marginale eppure visibile. Si poteva essere contro il femminismo senza rinunciare alla centralità nel dibattito pubblico, si poteva criticare la modernità senza tornare all’antico. Bastava accettare una regola non scritta: dire le cose giuste, nel modo giusto, davanti al pubblico giusto. Per un po’, ha funzionato.
Molte giovani donne della galassia Maga hanno costruito una carriera su questa posizione così liminale. Critiche del femminismo, interpreti di una visione alternativa della femminilità, spesso lodate da un pubblico maschile. Il patto implicito che reggeva questo ecosistema era fin troppo lineare: visibilità in cambio di subordinazione. Per una parte della destra, le donne devono accettare un ruolo di cura, incarnare la figura della tradwife – la moglie che resta in casa – e, quando serve, farsi carico delle contraddizioni del sistema. Nel tempo, questo equilibrio si è rivelato insostenibile.
Il New York Magazine ha raccontato questa degenerazione in un lungo articolo, partendo da un episodio avvenuto a una cena di lavoro. «A un tavolo di colleghi, le battute che scivolano verso qualcosa di più duro, quando Anna – ex voce riconosciuta dell’ecosistema conservatore – prova a replicare a commenti che definisce “davvero disgustosi»” l’uomo di fronte a lei esplode: “A nessuno interessa cosa pensi, donna”. Nessuno interviene».
Quel silenzio raccontato da Anna è diventato, col tempo, la misura di un cambiamento più profondo. Per molto tempo, Anna e migliaia di altre donne sono state parte integrante di quel mondo. Entrate quasi per attrazione estetica – «Mi sono avvicinata alla destra soprattutto come scelta estetica inizialmente», dice – avevano trovato nella cosiddetta New Right un’alternativa alla rigidità morale della sinistra. È il brivido della trasgressione, il piacere sottile di affrontare temi proibiti, dal nativismo alla differenza biologica tra i sessi, con la sensazione di accedere a verità nascoste, quasi esoteriche.
Questo slittamento coincide con una trasformazione più ampia dell’ecosistema conservatore online, che molti osservatori fanno risalire anche ai cambiamenti avvenuti su Twitter dopo l’acquisizione di Elon Musk. I contenuti più estremi hanno guadagnato visibilità, mentre il linguaggio misogino si è intrecciato sempre più apertamente con la cultura machista della “red pill”. In ampie porzioni di queste comunità, le donne finiscono per essere ridotte a mere funzioni: disponibilità e subordinazione, il resto diventa secondario.
All’interno del movimento Maga, pochi sono disposti a contestare questa deriva misogina. La regola implicita del «Nessun nemico nella destra» impedisce qualsiasi forma di autocritica. Anche gli uomini che non condividono apertamente queste posizioni evitano di esporsi, lasciando campo libero alle frange più estreme.
Per molte donne, il punto di rottura arriva quando il linguaggio online invade la vita quotidiana. Già durante l’amministrazione Biden, giovani attivisti iniziano a ripetere dal vivo le tesi della manosfera: le donne sarebbero manipolatrici, irrazionali, utili solo per sesso e figli. Alcuni propongono apertamente l’abolizione del divorzio senza colpa, delle leggi contro la discriminazione di genere, persino del diritto di voto femminile. E le donne della destra acconsentono fin troppo spesso. Quello che sembrava un piccolo prezzo da pagare per sfuggire alla moralizzazione progressista, con il tempo è diventato una tassa insostenibile. «Era il tuo biglietto d’ingresso nella destra: lasciare la tua dignità alle spalle», dice Anna.
Nel mondo conservatore c’è sempre stata una forma di subalternità della donna, a lungo bilanciata da concetti ancestrali come protezione e stabilità. Oggi quella promessa sembra svanita. Gli uomini della New Right non sono protettivi nemmeno a parole, anzi sono molto ostili verso le donne.
Una delle espressioni più estreme di questa ostilità risponde al nome di Nick Fuentes, influencer dell’ultradestra, negazionista dell’Olocausto, apertamente razzista e misogino oltre ogni limite: «Le donne sono fatte per essere sc***te, madri, tr**e, o suore», ha detto, lui che in un’intervista con Piers Morgan ha dichiarato apertamente di non essere mai stato a letto con una donna – all’elenco delle qualità umane andrebbe aggiunto anche “confuso o perennemente ubriaco”. Il suo pubblico è un universo in espansione, e il suo linguaggio aggressivo si diffonde anche tra esponenti mainstream del mondo conservatore.
Quando una certa grammatica si stabilizza, finisce per produrre conseguenze politiche. Negli ultimi anni alcuni Stati hanno riaperto il dibattito su restrizioni al divorzio, mentre a livello federale sono state ridimensionate tutele contro le discriminazioni sul lavoro. Idee che fino a pochi decenni fa appartenevano alla periferia del dibattito – dal ridimensionamento del suffragio femminile alla ridefinizione del ruolo delle donne nello spazio pubblico – tornano a circolare con una legittimità nuova.
Parlando con il New York Magazine, una donna allontanatasi dalla New Right americana ha descritto una doppia dinamica creatasi in questi ambienti: da un lato il ritorno a un tradizionalismo che vuole le donne dipendenti da marito e famiglia, dall’altro una cultura maschile che celebra dominio e libertà sessuale. È un pincer movement, una manovra a tenaglia che finisce per stritolare la figura femminile. La donna è Alex Kaschuta, anche lei attratta inizialmente dalla trasgressione e dalla critica al femminismo liberale. Kaschuta si è costruita una piattaforma di successo da podcaster e opinionista, sempre in prima linea quando c’è da parlare dei limiti della modernità e delle “sex wars”. Ma il suo pubblico ha subito un’inquietante evoluzione, diventando sempre più radicale, più ostile, più esplicitamente misogino. «Ero diventata un’ulteriore conferma del fatto che le donne sono troppo emotive per occuparsi di politica», dice Kaschuta, che denuncia attacchi personali, insulti sull’aspetto fisico, e frasi di delegittimazione sempre più frequenti. Perché fintanto che una donna conferma le aspettative del gruppo viene idealizzata, ma basta un passo fuori dal seminato per essere espulsa.
Non è una dinamica astratta. Diversi casi di cronaca raccontano di storie in cui alle donne viene attribuita la responsabilità della violenza subita. L’uccisione di Renee Good in Minnesota, lo scorso gennaio, viene letta da esponenti e commentatori Maga come conseguenza del suo comportamento: una donna che non sa stare al suo posto, dicono.
Ancora non è chiaro quanto sia numeroso questo segmento così estremista e misogino dell’elettorato. Alcuni sondaggi indicano che una parte significativa dei repubblicani – intesi come elettori – condivide o giustifica alcune di queste narrazioni. E nel dibattito interno al movimento, il sessismo raramente diventa oggetto di confronto esplicito, spesso oscurato da altre linee di frattura.
Di sicuro questa deriva misogina ha contribuito ad acuire una sensazione di straniamento tra le donne di destra. Persone che per anni hanno contribuito a costruire quel mondo si ritrovano oggi senza una rappresentanza politica, senza una voce in grado di parlare a nome loro, incapaci di riconoscersi altrove ma sempre più distanti da ciò che hanno lasciato.
Ora si aprono due interrogativi. Bisognerà capire se la New Right riuscirà a mantenere il consenso nonostante la degenerazione di una parte della sua base, e se il suo progetto sia sostenibile sul medio-lungo periodo. Secondo il New York Magazine un movimento che chiede a metà della popolazione di perdere la propria autonomia è destinato a schiantarsi al confronto con la realtà dei fatti, cioè quando si arriva in cabina elettorale. Magari già alle prossime elezioni di midterm ne avremo una dimostrazione.
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