Il caso Borsellino, e la subordinazione del processo penale alla valutazione politica

Martedì scorso il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, titolare dell’ennesima indagine sulla strage Borsellino, in un’audizione alla Commissione antimafia ha delineato un quadro sconvolgente sui motivi che la determinarono. Ha puntato il dito in particolare contro il suo ex collega Giuseppe Pignatone, magistrato dalla prestigiosa carriera, già procuratore capo di Roma e presidente del Tribunale penale vaticano.
De Luca ha parlato di «abusi e malefatte» ascrivibili a Pignatone e al collega Natoli, che archiviarono pretestuosamente una fondamentale inchiesta su “mafia e appalti”, relativa alle connessioni tra criminalità organizzata siciliana e il gruppo Ferruzzi, e ha sostenuto che l’ostinazione solitaria di Borsellino nel continuare l’indagine gli valse la condanna a morte. Pignatone e Natoli sono indagati per il reato di favoreggiamento aggravato dalla finalità di agevolare la mafia. Un’accusa grave, con una sua particolarità: il reato è prescritto da tempo e il fatto che comunque si indaghi sembra sottendere l’individuazione di una responsabilità morale che si ritiene non debba cadere nell’oblio, oltre a costituire un provocatorio invito a rinunciare alla scappatoia del decorso del tempo, pena l’ostracismo sociale. In altri casi e con altri indagati si sprecherebbero articoli e reclami contro la violazione del diritto di difesa. Ma da tempo su Pignatone, ex magistrato più potente d’Italia, sembra essere calata una coltre di disagio e imbarazzo così fitta che rischia di oscurare alcuni aspetti cruciali su cui invece vale la pena soffermarsi. L’uomo ha una personalità sfaccettata: è stato il grande inquisitore di Massimo Carminati nel cupo affresco criminale di un’indagine denominata pomposamente “Mafia Capitale” e poi, in una sorprendente impersonificazione, giudice vaticano nello storico processo al cardinale Giovanni Angelo Becciu.
Come procuratore capo di Roma, Pignatone ha coltivato l’ambizione di cambiare in corpore vili il reato di associazione mafiosa, citando raffinati libri di sociologi meridionali per dimostrare la mutazione genetica della “piovra”, dalla “cupola” a una vera e propria “corporate”. L’iniziativa si è scontrata con la vischiosa e greve realtà capitolina, dove gli estremi si toccano e tutto è sfumato, approssimato, intiepidito come lo scirocco, compreso il confine tra lecito e illecito, tra sacro e profano. Più che la teoria sulle nuove Mafie del sociologo Rocco Sciarrone, la corretta teoria era quella formulata dal “Cecato” sulla “Terra di mezzo”, quel grande nulla dove tutto a Roma si tiene e sfuma nell’indefinito del “se beccamo” e “mo’ vedo”. Per dirla con un avvocato, «Roma non è una grande Reggio Calabria», ed è refrattaria anche ai cambiamenti delle teorie giuridiche, oltre che al mutamento in generale. La tesi di Pignatone non è passata, ma chissà, forse in futuro qualcuno la recupererà. Certe volte si è in anticipo sulla Storia.
È certo, invece, che un decennio prima di Nicola Gratteri e delle agenzie di marketing politico, Pignatone ha capito l’importanza di un’incisiva pianificazione della comunicazione mediatica. Un apposito ufficio dei Ros, battezzato “ufficio pubblicità”, si prese cura di confezionare filmati ed estratti di intercettazioni da distribuire ai media, scanditi con accurata rappresentazione drammaturgica della vicenda di “Mafia Capitale”: altro che surf algoritmico. Da giudice nel processo Becciu, ha colto subito la fragilità e l’inconsistenza delle accuse, senza trarne però le conseguenze radicali e dolorose che si sono delineate e disvelate compiutamente nel processo di appello (inquinamenti e depistaggi di vario genere), ma cercando di salvare il salvabile di qualche residua marginale imputazione. Forse il senso di una missione o il condizionamento del vecchio ruolo di inquisitore, chissà.
Qualcuno potrebbe pensare all’abusato paradosso del grande epuratore epurato da uno più puro, ma le accuse veementi di De Luca suggeriscono più di una perplessità e non solo: fanno intravedere futuri inquietanti scenari. Ermes Antonucci, sul Foglio, ha denunciato le contraddizioni dell’accusa, le affermazioni apodittiche non suffragate da fatti e la decisione della presidente della Commissione, Chiara Colosimo, di rendere pubblica l’impropria requisitoria. Il tutto senza consentire all’accusato di potersi difendere in un’aula che non sia quella di un organismo politico, ma quella di un tribunale. Mi guardo bene dall’entrare nel merito di una vicenda che non conosco, ma qui è il metodo che colpisce, ed è un metodo ingiusto.
A suo modo questo evento fa capire cosa sarebbe successo se le cose, il 23 marzo, fossero andate diversamente: la subordinazione del processo penale alla valutazione politica, l’anticipazione della decisione giudiziaria al momento del confronto tra i partiti e il suo esaurimento in esso. L’opposto del processo sulla trattativa, dove la valutazione storico-politica veniva trascinata in aula.
Messa così, questo strano tipo di inquisizione ci riguarda tutti e ci pone dei quesiti anche sul futuro, su cosa poteva essere e cosa potrebbe ancora accadere. E soprattutto, se qualcuno ne sentisse ancora l’utilità, perché della riforma Nordio non ce ne fosse bisogno.
Che poi la politica oggi colpisca, con Pignatone, il picconatore — forse involontario — del sistema Palamara (fu lui ad avviare le indagini sull’allora potente leader di Unicost che originarono lo scandalo che lo travolse), che fu anche il primo tentativo della nuova alleanza delle correnti di destra della magistratura di rovesciare il tradizionale dominio della sinistra nell’Associazione Nazionale Magistrati, può anche essere una pura coincidenza, ma in politica le coincidenze contano, eccome.
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