Il Diavolo Veste Prada 2 è un sequel perfettamente addomesticato

Aprile 29, 2026 - 13:00
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Il Diavolo Veste Prada 2 è un sequel perfettamente addomesticato

Se il primo Il Diavolo Veste Prada, funzionava come un perfetto equilibrio tra satira, glamour e un personaggio indimenticabile, il sequel, Il Diavolo Veste Prada 2, nei cinema dal 29 aprile, sembra perdere proprio ciò che lo rendeva speciale. Il cambiamento più evidente, e anche il più deludente, è il tono: Miranda Priestly non è più la figura glaciale, tagliente e quasi mitologica che dominava ogni scena, ma una versione più “ammorbidita”, meno incisiva. E per quanto Meryl Streep riesca ancora a darle carisma, il personaggio sembra aver perso quella ferocia magnetica che lo rendeva iconico.

Eppure, sulla carta, il film aveva tutto per funzionare: il ritorno di Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci ricompone quel microcosmo che aveva reso Runway così memorabile, fatto di gerarchie sottili, sarcasmo e dinamiche di potere sempre sul filo. Per un attimo sembra bastare: gli scambi funzionano, il ritmo torna, riconosci quel mondo. Ma è una sensazione che dura poco. 

E la cosa più sorprendente è che questo ammorbidimento non arriva per caso, ma sembra una scelta precisa, quasi strategica. Il film esce in un momento in cui anche la sua controparte reale, il mondo rappresentato da Anna Wintour, ha già fatto un’operazione simile su se stessa: da figura temuta e distante a icona consapevole della propria immagine pubblica, pronta a giocare con la caricatura. Il risultato è che anche Miranda sembra meno una forza della natura e più una figura integrata, quasi “gestita” dal sistema che prima dominava.

Il marketing ha martellato per mesi su una nostalgia quasi ossessiva – trailer, teaser, clip – come se bastasse evocare il passato per giustificare il presente. E in effetti, guardando il film, si ha la sensazione di aver già visto tutto prima ancora che inizi davvero. I richiami funzionano, certo, ma a un certo punto subentra una sorta di stanchezza: non indignazione, non delusione piena, ma quel cinismo leggero che nasce quando capisci che il film non proverà mai davvero a sorprenderti.

Il problema è anche strutturale: troppo spazio ad Andy Sachs, troppo poco a Miranda. Andy torna al centro della scena con una storyline che dovrebbe essere più adulta, più complessa, ma che finisce per restare sorprendentemente piatta. Nel primo film era lo sguardo attraverso cui entravamo in un mondo ostile; qui, senza una vera forza contraria, si muove in un racconto che raramente la mette davvero in difficoltà. Miranda, al contrario, continua a dominare ogni scena in cui compare – solo che compare troppo poco, e soprattutto non è più pericolosa. È lì che il film perde il suo baricentro.

Eppure, sotto questa superficie levigata, si intravede qualcosa di più interessante. Il film prova ad aggiornare il proprio mondo a un’epoca in cui la moda non è più dettata dalle riviste ma da un ecosistema diffuso: social media, influencer, pubblico. Runway non è più un centro di potere assoluto, ma uno dei tanti nodi di una rete instabile. Si parla di fusioni editoriali, acquisizioni, perdita di rilevanza: temi che riflettono la trasformazione dell’industria. Ma tutto questo resta sullo sfondo, come un contesto appena accennato, mai davvero esplorato.

In parallelo, emerge anche un’altra linea tematica, più sottile ma potenzialmente molto più incisiva: il passaggio da un giornalismo di contenuto a un giornalismo di esposizione. Non interessa più raccontare storie complesse, ma accedere alle vite private, ai dettagli intimi, alle fragilità dei “divi”. Il pubblico non cerca più autorevolezza, ma prossimità. Vuole vedere, sapere, entrare. 

Nel frattempo, la superficie visiva prende il sopravvento. Le sequenze girate a Milano sono costruite come una sfilata continua: lucide, eleganti, perfettamente calibrate. I cameo – da Donatella Versace a Giorgio Armani – funzionano come momenti di riconoscimento immediato. E poi c’è Lady Gaga, la cui presenza gioca apertamente con la propria immagine mediatica, tra ironia e auto-riferimento. 

È un film elegante, consapevole del proprio status, pieno di momenti piacevoli e di immagini curate. Più che un vero seguito, sembra un oggetto perfettamente inserito nel sistema che dovrebbe raccontare. Come le riviste che descrive, anche il film finisce per adattarsi a ciò che il pubblico già desidera – immagini, accesso, riconoscibilità – invece di provare a ridefinirlo.

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Redazione Redazione Eventi e News