“Il diavolo veste Prada 2”: stesso inferno, tacchi ancora più alti (e noi felicissimi di tornarci)

Aprile 30, 2026 - 06:30
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“Il diavolo veste Prada 2”: stesso inferno, tacchi ancora più alti (e noi felicissimi di tornarci)

“Il diavolo veste Prada 2”: stesso inferno, tacchi ancora più alti (e noi felicissimi di tornarci)

Quando l’editoria di moda si scontra con il presente, vecchie alleanze e rivalità trovano un terreno di gioco ancora più scivoloso e seducente

Attesissimo, chiacchieratissimo, quasi temuto: Il diavolo veste Prada 2 arriva dopo anni di aspettative altissime e, contro ogni cinico pronostico, le soddisfa con un’eleganza disarmante. Non reinventa la formula, ma la lucida fino a farla brillare come un paio di Louboutin appena usciti dalla scatola.

La trama, sì: Miranda e Andy si ritrovano a combattere una guerra meno glamour ma decisamente più spietata — quella dei media digitali. La leggendaria Runway arranca nella nuova era fatta di algoritmi, influencer e contenuti usa-e-getta, e per salvarla serve un’alleanza inaspettata. Entra in scena Emily, ex assistente traumatizzata e oggi figura potentissima nel mondo della moda, al servizio di una casa di lusso con risorse praticamente illimitate. Tradotto: tensioni, rivincite e sguardi al vetriolo garantiti.

Il Diavolo Veste Prada 2 ph Press

Il Diavolo Veste Prada 2 ph Press

Un déjà-vu che funziona

Ma siamo onesti: la storia è, in fondo, la stessa dell’originale. Ambizione contro integrità, carriera contro identità, il fascino tossico del potere confezionato in abiti perfetti. Eppure funziona. Perché questo sequel non prova a nascondere il déjà-vu, lo abbraccia con ironia e lo trasforma in puro piacere cinematografico.

E poi ci sono loro.

Le due protagoniste tornano in stato di grazia assoluta. Miranda è ancora più glaciale, più essenziale, più… inevitabile: ogni parola è una sentenza, ogni silenzio un editoriale. Andy, invece, è maturata senza perdere quella scintilla di vulnerabilità che la rende umana in un mondo di statue vestite haute couture. Il loro confronto è elettrico, raffinato, irresistibile.

Il ritorno di Emily

E Emily? Ruba la scena con una sicurezza feroce e un guardaroba che sembra gridare vendetta a ogni passo. Il suo ingresso non è solo narrativo, è quasi mitologico: la trasformazione è completa, e il risultato è una regina del fashion system che non chiede più permesso a nessuno.

Capitolo a parte: i look.

Se il primo film era un manifesto, questo è una dichiarazione di guerra stilistica. Ogni outfit è calibrato al millimetro, ogni accessorio racconta potere, ogni cappotto potrebbe avere un proprio agente. Anche quando la trama si concede qualche giro su se stessa, il reparto costumi corre in linea retta verso l’iconicità.

Comfort di lusso

Certo, il film gioca sul sicuro. Ripete dinamiche, rievoca conflitti, ricalca percorsi già battuti. Ma lo fa con tale consapevolezza e spirito che il risultato non è stanchezza, bensì comfort di altissimo livello. È come rientrare in un atelier che conosci già: sai cosa aspettarti, ma non smetti di ammirare i dettagli.

Il verdetto? Un sequel che non cambia le regole del gioco, ma dimostra perché quel gioco funziona così dannatamente bene.

E alla fine, tra un tailleur perfetto e una battuta tagliente, resta una certezza: se questo è l’inferno, siamo pronti a firmare per un abbonamento stagionale.

A cura di Giulia Nori

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Una vita piena di bollicine a tutti!

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