Il “Mal di Stato” dell’economia italiana e la nuova invasione nelle imprese

Mar 7, 2026 - 08:00
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Il “Mal di Stato” dell’economia italiana e la nuova invasione nelle imprese

Il bel libro di Stefano Cingolani – “Mal di Stato. Il ritorno della mano pubblica nell’economia italiana” – è importante e utile per ragioni diverse. Merito dell’autore e merito di un editore, Rubbettino, che non è mai ringraziato abbastanza per la varietà e il coraggio di quello che pubblica.

Il libro, dicevamo, si presta a diverse utilizzazioni. È preziosissima la ricchezza di informazioni e ricostruzioni, alcune talvolta minuziose fino al dettaglio, della storia industriale pubblica-privata nel nostro Paese. Alcune dimenticate anche dagli addetti ai lavori.

Ragionare su vicende come Montedison, Monte Paschi, Mediobanca, Generali, per non dire dell’Eni, senza pregiudizi e superstizioni, consente di mettere in fila fatti e comportamenti con grande lucidità e verità, evitando ricostruzioni di comodo di memorie intermittenti. Persino il rapido accenno ad Enimont, questione risolta da quasi tutta la pubblicistica solo con riferimento acritico alla cosiddetta maxitangente, ha il pregio dell’onestà intellettuale.

È questo il metodo giornalistico di Cingolani, che ha sempre cercato di stare ai fatti e anche qui racconta le cose senza tesi forzate fuorvianti, talora con il coraggio di smascherare anche miti e santuari intoccabili. Si veda ad esempio la franchezza con cui viene giudicata Mediobanca, lo storico centauro pubblico-privato con un passato glorioso, finché è stato nelle salde mani di Enrico Cuccia.

Cingolani riprende una sua convinzione e cioè che l’istituto abbia protetto non le imprese ma gli azionisti del salotto buono, facendo e disfacendo maggioranze e minoranze, talora sostenendo i grandi dell’economia e della finanza, magari addirittura sostituendosi alla loro autonomia imprenditoriale, talaltra spingendoli alla dissoluzione come nella cinica liquidazione della vicenda Ferruzzi.

Ma riconoscendo anche che curando gli interessi di singoli imprenditori, ha finito per salvare la grande impresa privata che forse non avrebbe superato la sfida mortale degli anni Settanta.

Ciò detto e riconosciuto, il libro ha una sua posizione da esprimere sul grande tema Stato-Mercato e Stefano Cingolani lo fa prendendosi la responsabilità di una denuncia che sta già nel titolo: il ritorno sottotraccia della mano pubblica. È una tendenza di carattere generale nel mondo, in parallelo con il successo delle destre populiste e sovraniste, cui non par vero di controllare l’economia con la scusa del patriottismo di intonazione Maga.

Anche l’Italia di Giorgia Meloni è alla ricerca di una rivincita nazionalista e spinge per un ritorno dello Stato che Cingolani sintetizza in ben sette direttrici sintomatiche del nuovo corso, teso a cancellare del tutto la breve stagione delle privatizzazioni su cui è sceso il gelo critico che l’autore però giustamente non condivide, perché fu comunque una grande occasione per modernizzare il Paese.

I numeri della nuova invadenza dello Stato sembrano dar ragione alla tesi preoccupata dell’autore, perché oggi (dati 2024) le cinquantotto medie e grandi imprese controllate da Tesoro o Cassa Depositi e prestiti (Tesoro all’82,77 per cento) rappresentano il 15,4 per cento del Pil, ben il doppio rispetto agli anni Settanta, con una capitalizzazione pari al ventotto per cento di quella complessiva della Borsa. Aggiungendo banche, municipalizzate, erogazioni della spesa pubblica, si vede quanto grande sia l’intrusione dello Stato padrone.

L’impostazione di Cingolani ha indiscutibili punti di forza, dando corpo a una preoccupazione che l’opinione pubblica non percepisce. Il ruolo silenzioso ma crescente di Cassa Depositi e Prestiti, con la sua invasiva presenza azionaria coordinata in modo dirigistico dal Mef, è il dato più rilevante, ma quello più clamoroso riguarda l’uso disinvolto della cosiddetta golden share, volto feroce per nulla aureo del nuovo protezionismo italico.

Se nel 2014 le notifiche di attenzione erano solo otto, nel 2024 si arriva a 724, dilagando in settori che con l’interesse nazionale hanno ben poco a che fare. Un conto sono gli interventi che riguardano ciò che è davvero strategico almeno potenzialmente come tecnologie e difesa, e un conto occuparsi di semi agricoli.

Ma c’è di più. Con il governo Meloni si passa a un’intrusione nella gestione d’impresa, persino dei diritti di proprietà. Stava per essere varata una norma che prevedeva un rappresentante dello Stato nei Cda solo per un magari piccolo beneficio a carico della spesa pubblica.

Sintesi di tutto questo la nuova legge sui capitali, che mette mano a questioni di assemblee, consigli di amministrazione e poteri di voto.

Senza entrare nel dettaglio, qui – con la complicità della Commissione europea se non interverrà – si mette in discussione la libertà d’impresa. Dato che l’applicazione della legge sta per manifestarsi solo ora in termini attuativi, attendiamo i primi casi di contestazione e vedremo cosa accadrà.

Certo il “Mal di Stato” è molto più subdolo e sofisticato di quello dell’epoca d’oro delle partecipazioni statali. Allora la mistica del salvataggio del posto di lavoro aveva consentito la piena intrusione della politica nell’economia affidando alle imprese controllate un ruolo complementare a quello di governo.

Va peraltro riconosciuto, e Cingolani fatica a farlo, che le imprese di stato più grandi garantiscono oggi una presenza italiana nel mondo delle grandi imprese internazionali data l’eclisse delle grandi aziende private. E i risultati di bilancio sono spesso migliori.

Altro fattore in chiaroscuro, non più soltanto oscuro, la scelta dei manager, dato che proprio la stagione delle privatizzazioni ha portato in Borsa queste aziende e occorre un’attenzione a regole di mercato perfino più spietate di quelle della politica. Un segnale in questo senso anche la reazione irritata delle Borse all’esclusione del risanatore di Monte dei Paschi Lovaglio.

C’è anche continuità in alcune aziende che si sono distinte. Due per tutte – Leonardo ed Eni – affidate a manager difficili da rimuovere.

Ma tutto il resto è subdolamente politica pura e qualche sorpresa (lo vedremo a primavera) potrebbe saltar fuori perché se il governo di turno è di bassa qualità nei suoi esponenti apicali, il rischio è che le mani dello Stato non siano quelle più efficienti e capaci nelle scelte.

La conclusione di Stefano Cingolani è dunque pessimistica e marcata da una serie di interrogativi sulla reale necessità del ritorno di un capitalismo di stato sempre più esteso, forte e invadente.

Vorremmo poter essere più ottimisti e meno severi di Cingolani, ma il timore è che abbia ragione, e che non vi siano oggi le condizioni politiche per un happy ending della storia aggiornata del capitalismo pubblico.

L’autore chiede di “scuotere la bandiera liberaldemocratica dalla polvere nazional populista nella quale viene sepolta”, in nome del superamento di quanto rimane di vecchio e di conservatore nel nostro sistema.

Nell’era, finché dura, dei Putin e dei Trump non è facile crederci.

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