Il mesto 25 aprile nell’Italia smarrita di Meloni

Nota, amaro, Pierluigi Castagnetti: «Com’è triste questo 25 aprile». Lo dice pensando alla guerra. Ma c’è anche altro. Un clima generale di insoddisfazione, e di paura. La condizione psicologica del Paese è segnata dall’insicurezza, specie sotto l’aspetto economico e la sensazione di angoscia e rafforzata da un conflitto relativamente vicino di cui ormai non si capisce il senso né tantomeno il possibile esito: anche nelle guerra c’è una razionalità, per quanto perversa.
Qui no, essendo questo conflitto in mano a un uomo che ogni giorno dà segni di squilibrio: ora Donald Trump vorrebbe riaprire la questione delle Falklands in odio a Keir Starmer, per dirne una. Il capoccione di Washington sta rovinando l’economia del pianeta peraltro facendo, lui e la sua cricca, palate di soldi – è il più grande aggiotaggio della storia. E gli italiani non sanno se ci sarà carburante per andare in vacanza: chi se lo può permettere, s’intende.
Non c’è, non ci può essere, un clima di festa. Non lo autorizza certo quest’aria politica molle, incerta, senza spinta. In questo clima, la festa della Liberazione fatica a trovare il suo respiro. Non perché venga meno il valore della memoria, ma perché manca una visione del futuro. C’è una destra che ha perso il senso d’orientamento dopo la botta del referendum, le dimissioni di Andrea Delmastro e Daniela Santanchè, gli schiaffi di Trump a Giorgia Meloni, le scivolate sull’economia, i grotteschi decreti sicurezza. La destra che con Ignazio La Russa è tornata a equiparare partigiani e repubblichini. L’ha smentito, la presidente del Consiglio? Assolutamente no. E meno male che sarebbe diventata centrista.
E poi c’è una sinistra esteriormente troppo su di giri – quel cantare “Bella ciao” in aula sa un po’ di gita scolastica – ma sostanzialmente ferma nella sua indecisione sul leader che non c’è e sul programma che non c’è nemmeno lui.
Ci sarebbe un venticello da intercettare, ma i gruppi dirigenti del campo largo sono impegnati a escogitare tattiche per fregare gli alleati. Sicché si conferma in tutto il suo grigiore una crisi della politica che pare incurabile, malgrado venga qualche segnale nuovo dalla società. Restano i grandi punti di riferimento – Sergio Mattarella, Leone XIV – le grandi autorità morali a cui ci si deve aggrappare come i naufraghi alla zattera. Per il resto, in questo nostro 25 aprile, appare tutto molto livido, come quando i nuvoloni non riescono a scaricare la pioggia necessaria per ripulire l’aria.
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