Trump faccia a faccia con la stampa, e con un mentalista che proverà a leggere i suoi pensieri

Aprile 25, 2026 - 14:30
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Trump faccia a faccia con la stampa, e con un mentalista che proverà a leggere i suoi pensieri

Questa sera alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca un mentalista proverà a leggere la mente di Donald Trump. Si chiama Oz Pearlman e non si azzarda a parlare di magia, dice che è tecnica, a volte parla di psicologia o semplice attenzione ai dettagli. Negli ultimi anni ha costruito una carriera – arriverà un suo special su Netflix – sulla misteriosa capacità di leggere i pensieri degli altri, o almeno così dice. Stasera sarà sul palco per l’appuntamento annuale in cui la stampa incontra l’amministrazione degli Stati Uniti. Di solito è un momento di leggerezza, si fanno grandi discorsi, molte battute, c’è sempre un comico tra i migliori in circolazione.

Quest’anno sarà diverso, il comico è stato sostituito da un mentalista e in sala ci sarà Donald Trump, per la prima volta da quando è presidente. Pearlman dice di voler creare un momento impossibile, ha studiato Trump per mesi, dice, con l’obiettivo di entrare nella sua testa. Auguri a lui.

La cena dei corrispondenti è una vecchia tradizione statunitense. Dovrebbe celebrare il Primo Emendamento, la libertà di stampa. Poi negli anni è diventata un rito, una serata in smoking in cui giornalisti, politici e celebrità condividono la stessa sala. Funziona più o meno così: il presidente parla, i giornalisti applaudono, poi arriva il comico e rompe l’equilibrio. Dice quello che non si può dire, scherza sulla politica, bersaglia il presidente e la sua cerchia come satira comanda.

In passato ci sono stati diversi momenti memorabili. Nel 2006 Stephen Colbert salì sul palco e fece a pezzi George W. Bush a pochi metri di distanza. Bush sorrise, la sala si irrigidì, molti giornali il giorno dopo fecero finta di niente. Nel 2011 Barack Obama prese di mira proprio Trump – allora solo imprenditore e personaggio televisivo – seduto in sala con una faccia di cera: anni dopo, qualcuno avrebbe indicato quella sera come l’innesco della sua carriera politica. Nel 2018 la comica Michelle Wolf spinse ancora più in là l’asticella. Attaccò l’amministrazione Trump, la stampa e la portavoce Sarah Huckabee Sanders seduta in prima fila. Risate poche. Il giorno dopo, quasi tutti dissero che aveva esagerato. Da lì ci sono state sempre meno battute taglienti, meno mostarda. L’anno scorso era stata designata la comica Amber Ruffin, poi tagliata dalla scaletta per evitare problemi con un presidente che non ama il roasting – il rito della comicità americana in cui un personaggio pubblico viene preso in giro.

Quest’anno c’è il mentalista. E quindi Donald Trump, che ha sempre schivato la serata, stavolta ci sarà, a meno di ripensamenti dell’ultimo minuto. Già questo dovrebbe bastare per affilare la tensione.

Trump se la prende con la stampa ogni volta che può, chiama i giornalisti «nemici del popolo» o «fake news», intenta cause legali, esclude arbitrariamente alcune testate dalle conferenze stampa. Vedremo con quale approccio si avvicinerà alla cena. Dovrebbe fare un discorso, e in teoria dovrebbe stare al gioco, magari scherzare, fare qualche battuta se lo ritiene. Ma più probabilmente farà il contrario, se la prenderà con i giornalisti che considera suoi nemici.

Poi verrà il momento in cui la White House Correspondents’ Association premierà giornalisti che lui ha attaccato apertamente, come Kaitlan Collins della Cnn o il Wall Street Journal per l’inchiesta sul messaggio di compleanno a Jeffrey Epstein. Per quel momento, suggeriva Stephen Colbert nel suo monologo di giovedì sera, il presidente si sarà dileguato.

Non c’è nemmeno da stare troppo a sacralizzare certi momenti. Sull’Atlantic Paul Farhi dice che questa cena è sempre stata imbarazzante. «I giornalisti trascorrono la serata a festeggiare con il presidente e i funzionari dell’amministrazione, che dovrebbero invece scrutare con rigore e scetticismo. Ho partecipato a questa cena diverse volte, di solito è affollata e un po’ caotica. La serata viene pubblicizzata come una celebrazione del giornalismo e del Primo Emendamento, ma è sempre stata un po’ imbarazzante».

La presenza di un presidente come Turmp rende tutto più imbarazzante. Non a caso più di duecentocinquanta ex giornalisti televisivi hanno firmato una lettera aperta indirizzata alla White House Correspondents’ Association. Chiedono una presa di posizione chiara durante la serata. Non può essere una celebrazione neutra di questa presidenza, va data una risposta pubblica agli attacchi contro la stampa. «Questi non sono tempi normali, non può essere una serata come le altre», scrivono. Infatti ieri il Financial Times ha pubblicato il suo Big Read quotidiano proprio su questo tema, “Donald Trump e il rimodellamento dell’ordine mediatico americano”.

Torniamo a Pearlman. Meno di un anno fa è stato ospite di Joe Rogan nel suo podcast da milioni di spettatori – al momento ha 2,2 milioni di visualizzazioni su YouTube. La conversazione inizia come sempre su toni leggeri, con i due a parlare di maratone, dell’adolescenza di Pearlman, dei suoi primi trucchetti da prestigiatore. Pearlman parla con una serietà insolita per un quarantatreenne che fa spettacoli di magia, sembra lo sfigato del liceo con lo sguardo allucinato. Rogan sta lì che lo ascolta appoggiato alla sua scrivania piena di statuine, teschi, bottiglie e altre cianfrusaglie. Pearlman si esalta a definire la sua una «forma di arte pura» perché a differenza della magia non ha bisogno di strumenti né altro, da mentalista gli basta interagire con una persona, ma ci vogliono anni di allenamento, dice. Poi mette alla prova Rogan, prende una lavagnetta, si fa dire un numero casuale di quattro cifre, da lì risale al suo pin della carta di credito. E dalla reazione infastidita di Rogan pare abbia indovinato. «Sono scettico perché quel numero è da qualche parte nella mia posta», chiosa il podcaster della destra americana.

Negli anni, Pearlman ha fatto i suoi numeri con attori, imprenditori, politici. Indovina nomi, parole chiave, aneddoti, codici di sicurezza. Quasi sempre c’è un punto in cui la persona davanti a lui si blocca, è difficile capire dove finisca lo stupore e dove il disagio per qualcosa che è andato un po’ oltre i limiti del consentito.

È quello che cercherà di ottenere anche alla cena dei corrispondenti? Non è così scontato. Pearlman lavora su schemi, micro-espressioni, esitazioni, abitudini. Ad esempio, nel caso di Rogan gli spiega che di solito gli uomini quando devono dare un pin inventato, diverso da quello reale, tendono a scegliere numeri più grandi, le donne più piccoli.

Stavolta avrà di fronte Donald Trump, uno dei pochi casi in cui non è detto che ci sia qualcosa da scrutare. Negli anni, osservatori, giornalisti, collaboratori hanno provato a leggere un pattern nelle sue mosse, con pochi risultati. Con lui ogni giorno è una partita a dadi.

Pearlman sembra fiducioso, dice di voler creare un momento impossibile. Proverà a immergersi nella mente di Donald Trump, e forse ci dirà se è vero che quando guardi l’abisso, poi l’abisso guarda dentro di te.

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