L’abitare illegale è una risposta alla crisi del modello urbano

Aprile 25, 2026 - 14:30
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L’abitare illegale è una risposta alla crisi del modello urbano

Quando abbiamo rinunciato ad autocostruire le nostre case? In che momento l’abitazione si è trasformata in pura merce? E, soprattutto, perché abbiamo accettato di indebitarci per una vita intera pur di possederla? Da queste semplici, ma cruciali, domande è nata, più di dieci anni fa, la mia indagine sul rapporto tra umanità e casa. L’interesse era capire prima di tutto il senso dell’abitare per poi soffermarmi su un focus specifico che è quello che ha dato vita a questo libro, ovvero una ricerca sull’abitare illegale e informale in Occidente. In Occidente perché si registrano numerosi e pregevoli studi sull’abitare ai margini nelle aree extraeuropee (Africa, Asia e Americhe), mentre la produzione divulgativa su un tema cruciale come il diritto all’abitare e le sue declinazioni illegali all’interno delle società più ricche risulta ancora lacunosa.

Per dieci anni ho viaggiato e osservato molto il Sudest asiatico e più in generale l’Asia, dalla Thailandia, fino a Laos, Birmania, Vietnam, Cina, India, Nepal, Mongolia e in tutti questi luoghi ho potuto notare con facilità come, anche se in costante cambiamento, la pratica di autocostruirsi la propria casa, di non aspettare un permesso e di non entrare a far parte di un catasto sia una pratica estremamente diffusa. Sto parlando di paesi dove è ancora viva una cultura del costruire e dell’abitare che consente l’attivazione di processi di reale autogestione territoriale.

Sono stato in Nepal pochi mesi dopo il terribile terremoto del 2015 e ho osservato come molte persone non aspettassero permessi per ricominciare a costruire, come le zone rosse non venissero rispettate e l’autocostruzione e l’assenza di delega nel “potere” di abitare fossero e sono tuttora evidenti. Camminando per Kathmandu lo stupore è stato subito enorme perché nulla era sigillato, anche la famosa Durbar Square, patrimonio dell’Unesco, era quotidianamente vissuta e attraversata da migliaia di cittadini – non solamente attraversata ma proprio vissuta, dai commerci ai giochi tra bambini, alle scuole a cielo aperto.

Soprattutto in anni di crisi economica e crisi generale di senso della vita individuale e comunitaria anche nelle “nostre” metropoli e nelle “nostre” campagne si moltiplicano i modi di abitare informali e illegali.

Sono convinto che il modo e il luogo in cui la gente abita definisca molti di quegli ambiti in cui si può costruire la propria identità e cultura. L’abitare del quale voglio parlare, quello informale e illegale, se visto nel senso pieno della sua pratica, non è un fenomeno secondario ma un vero atto di resistenza all’omologazione, per la creazione di quelle libertà quotidiane che possono portare a una mutazione culturale che dall’individuo passi alla comunità o, meglio, alle tante e differenti comunità possibili. Gli abitanti dei villaggi, degli accampamenti, delle case occupate, delle comuni non partecipano solamente, ma fanno il loro abitare, sia nel senso teorico che pratico del termine. Considerano l’abitare un processo mai concluso. L’abitare non è un aspetto secondario, ma sostanza della libertà quotidiana che investe tutta la dimensione antropologica dell’uomo. Per la maggior parte degli abitanti della città informale e degli ecovillaggi, la propria casa non è quasi mai staccata dall’ambiente che la circonda ma lo modella, lo crea e vive in sintonia con esso.

[…]

Le bidonville del Sud globale se analizzate correttamente non sono estranee ai processi con cui si creano le occasioni dell’abitare nel Nord globale. I diritti degli inquilini delle case occupate a Milano o Roma, i comitati di quartiere a Madrid e Barcellona, i wagenplatz tedeschi, le case autocostruite dei villaggi sulle montagne della Francia meridionale fondano le proprie radici nella stessa potente arma di lotta alla disintegrazione dalle situazioni culturali che danno vita alle bidonville: la voglia di creare e autogestire lo spazio in cui abitare. La voglia di autogovernarsi e non delegare a nessuno il diritto all’abitare.

Abitare illegale

Tratto da “Abitare illegale” (Utet), di Andrea Staid, 18 euro, 192 pagine.

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Redazione Redazione Eventi e News