Giornata della fauna selvatica: il ritorno del Gipeto insegna che invertire la rotta è difficile, ma possibile

La rinascita del Gipeto, di cui oggi vediamo i frutti, è una lunga storia a lieto fine per la fauna selvatica delle Alpi. Ma non tutte le specie di uccelli, in Italia e in Europa, hanno la stessa fortuna
Il 3 marzo si celebra la Giornata mondiale della fauna selvatica, un appuntamento che invita a riflettere sulle politiche di tutela della biodiversità e sulla loro efficacia.
Tra le esperienze degli ultimi anni, il ritorno del gipeto (Gypaetus barbatus) rappresenta uno dei casi più significativi di conservazione riuscita in Europa. Il progetto, lungo e complesso, contiene diversi insegnamenti su quali elementi rendono davvero vincenti i programmi di reintroduzione.
Lo spazzino delle montagne
Il gipeto, noto anche come avvoltoio barbuto o avvoltoio degli agnelli, era infatti scomparso dalle Alpi all’inizio del Novecento, vittima di persecuzioni, bocconi avvelenati e di una reputazione negativa alimentata da credenze popolari che lo dipingevano come una minaccia per il bestiame.
In realtà, si tratta di uno spazzino specializzato, fondamentale per l’equilibrio degli ecosistemi montani. La sua dieta è composta in larga parte da ossa: come altri avvoltoi, è in grado di scioglierle completamente grazie ai suoi succhi gastrici molto acidi. Questo comportamento contribuisce allo smaltimento naturale delle carcasse.
Il progetto internazionale di reintroduzione, avviato nel 1986, è stato sostenuto con pazienza e costanza dai vari parchi nazionali e coordinato dalla Vulture Conservation Foundation (Vcf) con sede a Zurigo.
Nel Parco dello Stelvio, nel 1997, è stato registrata la prima covata e il primo involo di un gipeto nato in natura dopo la reintroduzione, su territorio italiano.
Da allora la presenza della specie è cresciuta progressivamente: come riportato proprio ieri in una nota diffusa da Apf Valtellina, oggi all’interno del Parco del Stelvio si contano più di sei coppie nidificanti.
Scienza, comunicazione e alleanze che vanno oltre i confini
Si tratta di dato che conferma un trend positivo in termini di successo riproduttivo, anche se la specie rimane vulnerabile. Per non perdere i progressi fatti, dal 2004 il parco conduce monitoraggi scientifici costanti su questa piccola popolazione di gipeto, portando avanti attività di controllo dei nidi, censimento e prevenzione delle minacce.
Anche l’impegno del Parco sul piano culturale e comunicativo prosegue: migliorare la reputazione del gipeto, superando diffidenze e false credenze, ha permesso di coinvolgere comunità locali, allevatori e scuole in un percorso di conoscenza.
Determinante è stata poi la dimensione transfrontaliera del progetto. Le Alpi – come anche le specie che le popolano – non conoscono infatti confini amministrativi: solo la cooperazione con la Svizzera e con gli altri Paesi alpini ha consentito di coordinare rilasci, monitoraggi e scambi di dati genetici.
Una strada in salita
Tuttavia, la Giornata mondiale della fauna selvatica è anche l’occasione per ricordare che non sempre i progetti di reintroduzione raggiungono risultati tanto incoraggianti. Le specie infatti hanno bisogno di tempi lunghi per tornare in salute, ma le minacce di origine antropica diventano sempre più insidiose.
Continuando a parlare di avifauna, soprattutto il fenomeno dell’uccisione illegale degli uccelli resta una criticità strutturale nel nostro Paese, che amplifica i rischi generati da perdita degli habitat e cambiamento climatico.
Il caso degli ibis eremita uccisi in Lombardia, che abbiamo raccontato di recente su GreenPlanner, mostra quanto alcune zone d’Italia siano pericolose per le specie più fragili.
Come riportato nel nuovo report Crimini di natura, pubblicato proprio in occasione della Giornata mondiale della fauna selvatica da Wwf Italia, “l’Italia è uno dei principali corridoi migratori del Mediterraneo, un vero ponte tra Africa ed Europa, ogni anno attraversato da milioni di uccelli che a primavera si spostano verso Nord, per raggiungere i luoghi di nidificazione e in autunno tornano a Sud, nei quartieri di svernamento”.
Questa ricchezza, purtroppo, “è anche uno dei fattori che rendono il nostro Paese una delle aree europee a più alta densità di bracconaggio contro gli uccelli“.
In più, in tutto il Mediterraneo a pesare molto sulla salute degli uccelli è il fenomeno del bycatch, ossia le catture accidentali che avvengono durante la pesca in mare. Queste catture feriscono e uccidono squali e tartarughe, ma anche berte e altri uccelli marini.
Peraltro, che si parli di bracconaggio o di bycatch, è difficile arrivare a calcoli attendibili dei numeri in gioco, cosa che rende ancora più complicato agire in modo strategico.
Uno studio del 2024 ha ipotizzato che circa 200.000 uccelli marini vengano catturati annualmente nelle acque europee, ma è probabile che questi dati siano sottostimati.
Alcuni Paesi infatti, come l’Italia, non stanno ancora monitorando in maniera estesa questo fenomeno. Anche per questo, la Commissione europea ha aperto due anni fa una procedura di infrazione contro l’Italia per violazione delle direttive Uccelli e Habitat.
Le ultime stime diffuse da Lipu – BirdLife Italia quanto riguarda il bracconaggio parlano invece di oltre 5 milioni di uccelli uccisi illegalmente ogni anno in territorio italiano.
Crediti foto di copertina: Andrea Pulvirenti – Apf Valtellina e Parco dello Stelvio
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