Il numero 14, il dolore e le note: la musica di Camilla dà voce a chi non ce l’ha

«Mio padre si chiedeva quale fosse il senso di questo numero perseguitante. Allora io ho deciso che il mio album si sarebbe chiamato così per dare un senso un po’ più bello a questo numero». Una coincidenza di date si è impressa sul palco di Materia, lo spazio di VareseNews a Castronno, dove (i) Camilla ha portato la sua musica per l’ultimo appuntamento di marzo.
Il numero è il 14, una cifra che ha scandito i mesi della malattia del padre tra ricoveri e dimissioni, e che è diventato il nome del suo primo disco. Affiancata dalle chitarre di Antonio Savinelli e, nella seconda parte della serata, da Valentina Crespi, la cantante varesina ha abitato la scena con una proposta che mescola la canzone d’autore a una necessità interiore che scaturisce dal contatto quotidiano.
A vederla sul Camilla dà l’impressione di essere quel tipo di artista che compone ricurva sul MacBook in cameretta (quali millennials appassionato di musica non l’ha fatto, ndr.) mentre raccoglie i frammenti di vita incrociati nelle comunità psichiatriche dove lavora come psicologa. In realtà, ha raccontato nello show case di Materia, la melodia nasce spesso mentre è al volante in automobile, quando i pensieri si tramutano in note. «Il mondo della psicologia con cui lavoro dà tantissimi spunti e tantissime storie. Mi piace l’idea di raccontarle perché sono persone che hanno vicende di vita particolari e che purtroppo non hanno nessun diritto di parlarne» ha spiegato durante l’incontro a Castronno.
Brani come OOMH (Out of my head), dedicato a un paziente schizofrenico, o PTSD sono brani sulla fragilità che l’artista restituisce sotto forma di partecipazione collettiva. Nella scaletta della serata ha poi chiuso il primo “tris” di brani dal vivo il singolo Free Palestine, scrittolo scorso a giugno e proposto ai Giardini Estensi, che sposta l’obiettivo sulla dimensione civile perché per la musicista «è importante dare voce a tutto quello che non ne ha abbastanza».
La scelta della lingua inglese si lega alla risonanza della voce e alla gestione del sentimento. «A me due cose piacciono dell’inglese – spiega -: uno è sentire la mia voce, che in italiano mi piace meno, è proprio una questione di acustica, di come risuona; e poi mi piace l’idea di poter arrivare a più persone» ha chiarito l’autrice tra l’esecuzione di Flowerpots e le atmosfere vulcaniche e al tempo stesso siderali di Cosmic. La sua architettura sonora procede per stratificazioni, con l’uso di pad e tastiere («suono il pianoforte come una batteria») che danno corpo a testi figli dei grandi ascolti britannici ma anche del cantautorato di Guccini e Vecchioni. Il tutto mentre i visual di Giulia Bianchi reso il palco di Materia un viaggio in cui farsi è possibile farsi trasportare tanto dalla musica quanto dalle suggestioni visive e dai colori dell’artista visiva, che, a fine serata, ci ha svelato di aver frequentato da bambina le scuole di Sant’Alessandro, oggi gli spazi di Materia. Un “ritorno” che ci fa piacere.

Sullo sfondo della serata è emersa una visione della musica come spazio di libertà che rifiuta le sovrastrutture del mercato industriale. «Mi piace tanto il concetto di dilettante, la musica è quello che vorrei fare a gratis per tutta la vita» ha confidato l’artista, che sottolineando il valore di una ricerca creativa non vincolata a un mestiere totalizzante. Il set è terminato sulle note di Borders, lasciando il ritratto di un’artista che utilizza le note come strumento di conoscenza e cura dell’altro.
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