Il premio Nobel Krugman spiega perché il prezzo del petrolio aumenterà ancora e perché questa è la «guerra dei ricchi»

Mar 14, 2026 - 10:00
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Il premio Nobel Krugman spiega perché il prezzo del petrolio aumenterà ancora e perché questa è la «guerra dei ricchi»

«Ho sentito alcuni allarmisti avvertire che una guerra prolungata nel Golfo potrebbe portare il prezzo del petrolio a 150 dollari al barile. A me sembra una cifra troppo bassa». Col suo solito mix di rigore analitico e amara ironia, il premio Nobel per l’economia Paul Krugman ha pubblicato nelle ultime ventiquattr’ore due riflessioni su Substack riguardanti il conflitto in Medio Oriente innescato dai bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran. In uno, che si chiude con il virgolettato con cui si apre questo nostro articolo, spiega perché «i prezzi del petrolio potrebbero facilmente salire ancora di più». In sintesi, l’economista sostiene che «proprio la grande resistenza dell’economia mondiale agli shock dei prezzi del petrolio potrebbe portare a prezzi del petrolio estremamente elevati» o, per dirla in altro modo, «anche dopo il picco dei prezzi del petrolio a cui abbiamo assistito, tali prezzi non sono abbastanza alti da causare una crisi economica globale. E questo è un motivo per cui i prezzi potrebbero dover salire molto, molto di più». Kruman sottolinea che «l’aumento dei prezzi da quando sono iniziati i bombardamenti ha evidentemente rappresentato un enorme shock per Trump e compagni, che si stanno dimenando furiosamente (e in modo epico). Ma come io e molti altri abbiamo sottolineato, gli Stati Uniti e le altre principali economie dipendono dal petrolio molto meno di quanto facessero negli anni ‘70, e anche a 100 dollari al barile i prezzi del petrolio non sono abbastanza alti da provocare una crisi grave». E l’economista lo scrive all’indomani dell’uscita del presidente statunitense Donald Trump sul fatto che se il costo del greggio aumenta l’America ha l’opportunità di fare «un sacco di soldi».

E qui veniamo all’altra riflessione pubblicata online dal premio Nobel. Titolo e sottotitolo sono tanto sintetici quanto esaustivi. Questa, scrive Kruman, è «La guerra dei miliardari». E poi «I superricchi hanno portato Trump al potere, ma saranno gli altri a pagarne le conseguenze». La tesi da cui parte l’articolo è che «diventa ogni giorno più chiaro che chi ci ha trascinati in guerra con l’Iran non aveva e non ha la minima idea di cosa stia facendo — che si tratta di adolescenti convinti di stare giocando ai videogiochi mentre migliaia di persone muoiono e il mondo precipita verso una crisi economica». L’economista riprende un articolo del New York Times in cui si riferisce che i funzionari di Trump hanno ignorato gli avvertimenti secondo cui un attacco all’Iran avrebbe potuto compromettere le forniture mondiali di petrolio. Tra le altre cose, il Times riferisce che Trump «sia in pubblico che in privato, ha sostenuto che il petrolio venezuelano potrebbe contribuire a far fronte a eventuali shock causati dalla guerra in Iran». Ebbene, scrive il premio Nobel per l’economia ironizzando sull’infondatezza del calcolo: «Nel 2024 il Venezuela produceva 900.000 barili di petrolio al giorno; normalmente 20 milioni di barili al giorno transitano nello Stretto di Hormuz. Ma l’aritmetica ha un ben noto pregiudizio “woke”».

La verità, dice, è che «in mezzo a questo sanguinoso caos, una grande domanda è: chi ha portato al potere «La banda che non riusciva a ragionare»? In senso stretto, Trump è stato portato al potere da elettori poco informati — definiti da G. Elliott Morris come elettori che non sanno quale partito controlli il Congresso. Ma le basi per la presa di potere del movimento Maga erano state gettate ben prima dalla Corte suprema di Roberts e dai miliardari di destra che la Corte ha favorito». Krugman torna sulla questione dello straordinario potere acquisito da un ristretto gruppo di uomini ultra-ricchi e un grafico sui contributi elettorali, basato sulle stime di Americans for Tax Fairness, riguardante i contributi elettorali dati dai miliardari in percentuale rispetto al totale dei cittadini. Ebbene, se fino al 2009 erano nell’ordine di percentuali da “zero virgola” e se nel decennio tra il 2012 e il 2022 oscillava tra il 3,7% e il dato massimo dell’11,8%, nel 2024 per l’ultima elezione che ha riportato Trump alla Casa Bianca questi contributi sono stati del 16,5%.

Secondo il New York Times questa percentuale arriverebbe addirittura al 19% e i grandi finanziatori hanno virato decisamente a destra nelle elezioni di due anni fa. L’entità della generosità riversata sui repubblicani è evidente nei dati di OpenSecrets sui 100 principali donatori nei diversi cicli elettorali. «Per ogni dollaro donato dai miliardari e dai loro familiari diretti a un candidato o a un comitato associato ai Democratici, cinque dollari sono andati ai Repubblicani. Gran parte di ciò è stato il risultato dell’azione di persone ultra-ricche del settore tecnologico, che si sono allineate alle politiche fiscali e di deregolamentazione di Trump. A più di una dozzina di miliardari sono stati assegnati ruoli nella sua amministrazione». Scrive Krugman: «C’è però una cosa che continua a lasciarmi perplesso: in larga misura, i miliardari si sono comprati un governo favorevole ai propri interessi. Trump e compagni hanno esaudito molti dei desideri della “broligarchia” tecnologica, dagli sgravi fiscali alla deregolamentazione, fino alla promozione delle criptovalute e dell'intelligenza artificiale non regolamentata. Ma perché questa totale incompetenza? I miliardari non avrebbero potuto trovare alleati politici che non gettassero il Paese in una guerra potenzialmente disastrosa e storicamente impopolare senza valutare i rischi? Ho due risposte provvisorie. Il primo è che no, non c’erano alleati competenti a disposizione. Il denaro compra molta influenza, ma per prendere effettivamente il controllo del governo degli Stati Uniti ci vuole ben più del denaro: ci vogliono politici completamente corrotti. Nel corso del suo primo mandato, Trump ha imparato che assumere persone anche solo moderatamente competenti finiva per ostacolare i suoi istinti autoritari – ad esempio, il suo ex vicepresidente Mike Pence. Trump ha quindi capito che, nella scelta dei suoi collaboratori politici, più erano incompetenti, più erano venali, più erano bigotti e più erano crudeli, meglio era».

La seconda risposta che dà della faccenda Krugman è che «l’enorme ricchezza dei miliardari del settore tecnologico ha reso molti di loro indifferenti alla vita della gente comune — e profondamente antipatriottici»: «Se gli americani vengono maltrattati e uccisi da agenti dell’ICE senza scrupoli… beh, non è un loro problema. Se il Dipartimento di Giustizia e l’FBI sono stati completamente sovvertiti e operano come esecutori di Trump, sanno che tattiche vendicative e illegali non toccheranno mai le loro vite. Se i tagli al bilancio repubblicani decimano gli ospedali rurali e privano centinaia di migliaia di persone dell'assicurazione sanitaria... beh, loro hanno i propri medici e cliniche private. Se Trump inizia una guerra mal concepita che raddoppia il prezzo del petrolio... beh, possono certamente permettersi le bollette più alte della benzina per le loro limousine e i loro yacht. E non saranno i loro figli a rintanarsi in un bunker in Medio Oriente».

La conclusione, amara, del premio Nobel: «Quindi se volete capire come questo Paese sia degenerato fino a raggiungere una situazione del genere, come sia possibile che spendiamo quasi 2 miliardi di dollari al giorno per attaccare l’Iran senza una chiara prospettiva di conclusione, mentre i bambini non hanno accesso all’assistenza sanitaria, le case di cura sono a corto di personale perché i loro dipendenti sono stati espulsi e le bollette dell’elettricità domestiche salgono alle stelle a causa dei data center, chiedetevi chi ne trae vantaggio e chi non ne risente. Questa è una guerra da miliardari, condotta a spese di tutti gli altri».

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