La nuova newsletter di Linkiesta Europea

Questa è la newsletter di Linkiesta europea, scritta da Edoardo Arcidiacono. Ogni due settimane, il mercoledì, proviamo a ritagliare una prospettiva diversa sulla politica e le istituzioni europee, con un focus sull’autonomia dell’Unione. Se vi va, ci si iscrive gratis cliccando qui
Il mantra della ricerca della competitività, teorizzato da Mario Draghi e Enrico Letta, sembra aver stregato la Commissione europea. Alla faccia di chi diceva che noi italiani non contiamo niente. L’agenda degli ultimi due anni a Palazzo Berlaymont pare aver preso atto della realtà: al mondo non esiste solo l’Unione europea, in pochi rispettano le regole che vorrebbe condividere con tutti, ed è per questo che le crisi la colpiscono così duramente.
In meno di una settimana si sono riuniti o si riuniranno il Consiglio Energia, il Consiglio Ambiente e il Consiglio Affari Generali dell’Ue. Domani si aprirà il Consiglio europeo. I ministeri e le rappresentanze a Bruxelles lavorano da settimane per preparare la reazione a quella che sembra l’ennesima tempesta perfetta. Sul tavolo ci sono la crisi energetica generata dalla guerra in Iran, la riforma del Carbon Border Adjustment Mechanism – Cbam, un meccanismo che impone un prezzo sulle emissioni di CO2 contenuto nei beni importati da Paesi extra-Ue – e la competitività dell’industria, l’implementazione del ReArmEu e il blocco degli aiuti all’Ucraina ordito da Viktor Orbán e Robert Fico.
L’Europa sta provando a reagire, ma goffamente. In maniera divisa e a tratti contraddittoria. L’architettura normativa europea rischia di essere manchevole della virtù dei superpotenti: il tempismo. Ci sono diversi strumenti che Bruxelles ha messo in piedi per difendere la propria autonomia strategica. C’è il già citato Carbon Border Adjustment Mechanism, che rischia di svantaggiare l’industria europea di fronte concorrenti extra-Ue che non pagano per le proprie emissioni. C’è l’Industrial Accelerator Act, il nuovo set di politiche che punta al rilancio dell’industria europea tramite preferenze “Made in Eu” e a basse emissioni negli appalti pubblici, e semplifica le procedure di autorizzazione per i progetti industriali. C’è il ReArmEu, il presupposto per una difesa comune e per il pivot-away dagli Stati Uniti, che mobilita quasi mille miliardi potenziali per rafforzare l’industria militare.
Questi strumenti e i loro correttivi coesistono fra loro in un ecosistema complesso, che potrebbe non bastare più in situazioni di crisi stratificate come quella di questi tempi. L’impennata dei prezzi generata dalla guerra in Iran richiede disposizioni urgenti per il costo dell’energia. Secondo le bozze di conclusioni del Consiglio europeo, i leader chiederanno alla Commissione di ridurre la “tassa” sulle emissioni (l’Ets), il pilastro del Cbam, l’incentivo alla decarbonizzazione su cui si fonda buona parte del Green Deal. Le trattative tra Commissione e Consiglio europeo per far fronte alla crisi rischiano quindi di erodere la base su cui poggiano Cbam e Industrial Accelerator Act (IAA), strumenti la cui ratio è rendere la transizione un motore industriale anziché un costo. Un cane che si morde la coda.
La nascita del’Industrial Accelerator Act è stata quanto meno tormentata. Prima della pubblicazione del 4 marzo è stato rinviato e riscritto – con pesanti revisioni – per tre volte. È cambiato perfino il titolo, passato da Industrial Decarbonisation Accelerator a Industrial Accelerator Act. Il Consiglio europeo di domani potrebbe sposare la proposta della Commissione (la bozza prevede di chiedere ai co-legislatori di adottare la proposta entro fine 2026), ma tra posizione del Consiglio, posizione del Parlamento, trilogo e adozione finale, il percorso non sembra destinato a terminare a breve. Le fratture tra Paesi membri, e in particolare tra Francia (alfiere del puro “Made in Europe”), Italia e Germania (fautori del “Made with Europe”) e Paesi Bassi, complicano il quadro. E anche dopo l’adozione l’iter prevede un’entrata a pieno regime solo nel 2029.
Il ReArmEu sblocca fino all’1,5 per cento del Pil annuo per la difesa tramite la clausola di fuga dal Patto di Stabilità. Quei soldi sono parte dello stesso bilancio che dovrebbe finanziare la transizione energetica, gli incentivi industriali, e ora anche le misure di contenimento dei prezzi energetici. Ci sono diversi problemi. Quello più profondo riguarda l’industria della difesa europea (European Defence Technological and Industrial Base, Edtib) e la sua composizione. La European Defence Technological and Industrial Base è fatta delle stesse piccole e medie imprese, delle stesse catene di fornitura di materiali critici, delle stesse competenze manifatturiere e della stessa energia a costi competitivi che l’Industrial Accelerator Act, il Cbam e le altre misure stanno cercando di garantire.
In quattro giorni i leader europei avranno affrontato l’intera panoplia delle dipendenze che limitano l’autonomia strategica dell’Ue. In ogni settore, la risposta arriva in maniera intempestiva e reattiva, lasciando poco o nessuno spazio alla programmazione lucida.
Quella dell’autonomia strategica non è una ricetta predefinita, sia chiaro. È un equilibrio raggiungibile solo attraverso decenni di investimenti e diplomazia. C’è una distanza abissale tra ciò che l’Unione europea ha fatto per prevenire le crisi e ciò che fa per reagirvi. Può l’Europa permettersi di essere un cantiere in costruzione in una fase come questa? Come Penelope con la sua tela, Bruxelles ha il vizio di smontare pezzo per pezzo quanto fatto. Pare quasi il palazzo sia occupato dai Proci. Quanto dovremo ancora aspettare per veder chiudersi il nòstos dell’autonomia europea?
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