Il referendum, e una storia breve della magistratura militante

Mar 14, 2026 - 23:01
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Il referendum, e una storia breve della magistratura militante

Tutto iniziò nel 1992. Prima Repubblica al tramonto, corruzione di partito generalizzata da destra a sinistra, dalla Dc al Pci, passando da tutti gli altri che avevano avuto ruoli di governo. Partiti allora elefantiaci, costosissimi.

A Milano scoppia il bubbone. Il sistema viene definito Tangentopoli, i magistrati milanesi creano il pool Mani Pulite. Fin qui tutto in regola.

Ma i magistrati del pool danno una impronta politica al loro lavoro. Perseguono i partiti non i reati, i dirigenti dei partiti non i presunti colpevoli. Il dottor Piercamillo Davigo, membro del pool, lo teorizza: «Non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti».

Gli avvisi di garanzia diventano grazie ai media conniventi – tutti – preannunci di condanna, la politica istituzionale ne viene colpita e affondata. Si arrestano innocenti perché divengano delatori nei confronti dei compagni di partito, a ragione o no. Il capo del Pool Francesco Emilio Borrelli lo spiega così: «Non arrestiamo la gente per farla parlare, la liberiamo dopo che ha parlato».

Uno solo dei grandi partiti della Prima Repubblica viene risparmiato, il Pci. Non soltanto perché la disciplina interna era ferrea e nessuno la violò, ma perché a un certo momento il Pool si convinse che era necessario un suo ruolo politico attivo per restituire virtù civiche alle istituzioni.

Il Pool calò la rete a strascico sui partiti di governo e di tradizione liberaldemocratica. Distrusse culture, luoghi di discussione, democrazia elettorale. Il disegno di guidare la politica attraverso il condizionamento della sinistra, una volta che questa, ormai senza avversari, avesse conquistato il governo fallì, come noto, perché la sinistra unita, «la gloriosa macchina da guerra» di Achille Occhetto, venne sconfitta.

Il disegno politico da «guardiani della virtù» fu sconfitto, ma l’ambizione di condizionare la politica non fu dismessa. Divenne la costante della magistratura militante.

Oggi, grazie al referendum sulla separazione delle carriere, ha ripreso vigore. L’unica casta sopravvissuta all’alternarsi della stagioni politiche ha di nuovo l’ambizione di governare per interposto partito di sinistra. Purtroppo la sinistra, che aveva intrapresa una strada del tutto diversa, oggi si presta di nuovo a questo gioco.

La vittoria eventuale del no non verrà registrata né come la sconfitta della destra al governo, né come la vittoria della sinistra di opposizione, ma come un cambio di regime, in cui la magistratura militante, scesa in campo in prima persona col suo comitato per il no, riproporrà, vantando la legittimazione popolare, un suo ruolo anticostituzionale e antidemocratico di decisore di ultima istanza.

I metodi saranno quelli già conosciuti all’epoca del tramonto della Prima Repubblica? È giusto temerlo. Uno dei capifila del no, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri ne ha anticipato le possibili mosse in uno scambio di battute con un quotidiano a lui ostile:
«Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti»
“I conti?”
«Nel senso che tireremo una rete»
“La famosa rete?”
«Sì, una rete»
“Si riferisce alla pesca a strascico?”
«Speculate pure».

Meglio andare a votare. Ne trarrà giovamento lo stato di diritto, la libertà dei cittadini, il funzionamento della giustizia e il ruolo costituzionale dei partiti, a destra come a sinistra.

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Redazione Redazione Eventi e News