Le cose che diamo via, e la curiosità di sapere che fine abbiano fatto

L’azienda di Will Ferguson fattura seicentoventicinquemila sterline l’anno, o almeno così dice lui al Financial Times, che lo fotografa mentre, con gran sorrisi, salta su e giù da uno dei cinque camion gialli che ogni giorno vanno a caricarsi le robe che i londinesi vogliono buttare. L’azienda di Will si occupa di ciò che non può non ossessionare chiunque viva nell’incivile Bologna: la spazzatura.
Una volta buttavamo le cose. Le buttavamo e basta. Non so neanche se ai tempi dei miei genitori esistesse la tassa sulla spazzatura, di sicuro non esisteva la raccolta differenziata. Adesso per fortuna c’è stato il progresso, così posso dare alcune centinaia di euro l’anno a un comune che mi multi se non separo bene la carta dalla plastica.
In quel fascicolo sulle ipotesi di complotto bisognerà metterci anche quella che la differenziata sia una distrazione di massa che poi finisce tutta nello stesso inceneritore, con la carta usata per accenderlo. Abbiamo tutti un amico che prima o poi ha lavorato nel settore e che è disposto a giurarlo, ma purtroppo è una paranoia impresentabile: se vuoi essere accolta dalla società civile, devi dire che i tappi che non si staccano dalle bottiglie di plastica sono un’ottima idea.
Sì, la destra ha idee orribili su un sacco di cose, e ci sono molte ragioni più solide per avercela con quella parte politica lì, ma la mia ragione è innanzitutto il suo essersi intestata gli sberleffi contro i tappi attaccati alle bottiglie. Trovo inaccettabile che ora, se uno dice una cosa sensata sulla scemenza di questa regola, quest’uno si ritrovi a essere Mario Giordano, o un altro di questi figuri che mi fanno sempre tornare in mente il sospiro della donna di sinistra in quel vecchio libro di Gramellini: questa destra, francamente, non si può.
Comunque. Will Ferguson lavora in una città in cui i tappi si staccano dalle bottiglie (avranno fatto Brexit per quello: lungimiranti), e vagamente più evoluta di Bologna, e in cui quindi i londinesi chiamano lui invece di fare quel che fanno i bolognesi: lasciare le cose ingombranti in mezzo alla strada, in prossimità dei cassonetti.
Va detto che i bolognesi, poveretti, se anche volessero fare le cose secondo le regole non potrebbero. Una volta ho chiamato il ritiro rifiuti ingombranti perché avevo un centinaio di scatoloni. Gli scatoloni non sono considerati ingombranti, mi ha detto la signorina. Avremo vocabolari diversi.
Il mio Will Ferguson si chiamava D., e me l’aveva prestato l’amica Omissis. Per gli uffici di Omissis, D. faceva i lavori di fatica. Stavo svuotando una casa a Milano, ero sommersa dalla disorganizzazione, e Omissis disse: ti mando D.
D. arrivò coi suoi scagnozzi, e non seppi mai dove portava la roba. Will Ferguson dice che se c’è qualcosa di valore se lo vende, e io spero che abbia fatto lo stesso anche D. Che tutti i vecchi vestiti favolosi che mi ero stufata di traslocare da una casa all’altra ed ero troppo pigra per mettere in vendita, che adesso li abbia addosso qualche amante di D., o qualche sua nipote. Non posso farmi una ragione del fatto che siano finiti in una discarica, la ex fashionista che ormai in me dorme un sonno profondissimo rischia di destarsene per mettersi a piangere.
Penso da molti anni che ci vorrebbe una legge che ti garantisce la possibilità di tornare a visitare le case in cui hai abitato. Niente di invadente, una data e un’ora decise dai nuovi inquilini, una visita veloce. In quella casa di Roma c’è ancora la cucina su misura che aveva fatto fare l’inquilino prima di me e che io poi ho riscattato? In quella casa di Bologna c’è ancora la carta da parati su cui c’erano le tacche della mia crescita? È una versione immobiliarista di “Anima mia”: nella stanza tua c’è ancora il letto come l’hai lasciato tu?
(Ora che ci penso le canzonette sono piene di questa mia fantasia legislativa, finalmente capisco che “Mille giorni di te e di me” parlava di immobili, di contratti d’affitto 4+4, di subentri semiarredati: «Chi mi vorrà dopo di te si prenderà il tuo armadio»).
Ecco, adesso che penso al Ferguson di Londra e a D., l’uomo che mi venne imprestato per quel trasloco e che ogni sera si presentava con un camion da riempire di roba che non credevo di non volere più, ora che ci penso forse bisognerebbe instaurare anche un diritto a sapere che fine fanno i nostri oggetti.
Tutta quella roba che non ho più voluto in quel trasloco che fine ha fatto, che fine hanno fatto i cd, che fine hanno fatto le tende, che fine ha quella coperta fricchettona che mi aveva portato un’amica da un viaggio in oriente, quella che mi aveva sempre fatto schifo ma ora un po’ mi manca, perché con gli oggetti funziona come con le persone, che prima le molli e poi ti penti.
Poiché a parte Milano non mi viene in mente una città in cui la spazzatura non sia un problema (ma a Milano come fanno? E perché le altre non copiano?), immagino che il mestiere di D. e di Ferguson sia sempre più diffuso.
Una volta un controllore di treno mi disse che non c’è problema che non si possa risolvere, se hai una carta di credito. Con la spazzatura (in bolognese: rusco) è uguale, però con i contanti. Quella volta degli scatoloni, un animo gentile mi spiegò che ero stata ingenua a chiamare il servizio di ritiro gratuito della raccolta rifiuti: ci vuole il numero privato di qualche omarino che lavori per loro e che, per cinquanta euro, venga a prendere quel che vuoi buttare ma non sai come, non sai dove.
Se posso suggerire un bonus al servizio, aggiungerei quelle robe geolocalizzate che i viaggiatori accorti mettono nelle valigie e le mamme apprensive negli zaini dei figli. Dimodoché D. butti via le giacche di jeans che ora sono certa di non volere più, ma che un domani mi mancheranno, e allora potrò andare a recuperarle seguendo la geolocalizzazione che ho infilato nel taschino.
È il business del futuro, lo sento. Visita guidata alla discarica delle proprie memorie, una Venere degli stracci con pochissima Venere e moltissimi stracci. E poi, due piccioni: è anche un discreto intrattenimento per la prole il sabato pomeriggio. Certo, quando tornano a casa li devi disinfettare, però è meno noioso che portarli ai gonfiabili.
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