Il sindaco di New York, sua moglie, e i campi beghini di battaglia culturale

Mar 21, 2026 - 05:30
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Il sindaco di New York, sua moglie, e i campi beghini di battaglia culturale

Quando ero una ragazzina non esistevano i social, non esisteva YouTube, non esistevano i telefoni con la telecamera. Sono cose di cui io e chiunque abbia più o meno la mia età ringraziamo ogni giorno prima e dopo i pasti, perché inalienabile diritto d’un essere umano dovrebbe essere non far sapere al mondo cosa dice, fa, pensa prima che il cervello gli si sia finito di formare.

Mi iscrissi a Twitter nell’estate del 2007. Non era il primo social – c’era stato MySpace, cui i più disadattati dei miei coetanei si erano prontamente iscritti – ma era il primo che provassero a usare gli adulti della mia generazione. Era agosto: avrei compiuto 35 anni due mesi dopo.

A 35 anni mia nonna aveva tre figli. Io ero una trentacinquenne di questo secolo: non avevo la più pallida idea di chi fossi. In più c’è un’altra cosa che abbiamo dimenticato quando siamo stati rapiti dai moralismi ideologici: che in quei primi anni l’internet era un posto libero.

Gente famosa che adesso non emette in pubblico una sillaba senza aver fatto tre riunioni con la comunicazione parlava, allora, su Twitter come parla a cena con gli amici. Ogni tanto ci diciamo, con amici: ti ricordi quando usavamo i social? Non perché siamo nel frattempo diventati Unabomber o Mina, ma perché adesso proprio non ci verrebbe in mente di dire su un social cosa pensiamo di qualcosa. Di usare un luogo pubblico come fosse privato.

È perché siamo diventati più vecchi, certo, ma è anche perché sono diciannove anni che stiamo dentro al meccanismo e un po’ lo conosciamo. Lo conosciamo senza bisogno d’essere Weinstein cui Scorsese dice che per iscritto non si capisce il tono: il tono non lo capisci se sei scemo, e la più parte del pubblico è scema, e una parte rumorosa del pubblico scemo non vede l’ora di urlare «Barabba!» perché si sente esclusa dai codici di comunicazione che tu osi adoperare parlando coi tuoi amici in pubblico.

Niente che Paolo Virzì non avesse codificato nel 2003, dimostrando una volta di più che per capire la realtà servono le opere di finzione, mica la saggistica o il giornalismo: le dinamiche social sono fatte di gente che ha l’ardire di farsi i fatti propri in pubblico, e di orde di Giancarlo Jacovoni che non sapendo come rifarsi delle proprie frustrazioni urlano «Conventicole!».

Non ho idea di cosa ci sia nei miei tweet di diciannove anni fa (neanche in quelli di diciannove ore fa), gli unici che ricordo sono quelli che qualche polemica mi ha costretta ad avere presenti, e per una clamorosa botta di culo sono più bagatelle che massacri, e perdipiù bagatelle in cui avevo ragione, una grande chiesa che va da Harvey Weinstein a Guido Baldoni.

Ma può benissimo essere che ci siano invece cose con cui, a rileggerle adesso, non sarei d’accordo, o delle quali direi «Certo che ero ben scema»: lo dico in continuazione dei miei articoli, figurarsi se non esistono cose di cui vergognarsi tra quelle scritte gratuitamente dal telefono. Eppure la prima volta che ho scritto qualcosa su un social network ero un’adulta, e non solo un’adulta: ero una che lavorava nei mezzi di comunicazione da dodici anni, e che tra i ventisei e i ventott’anni aveva parlato alla radio tutti i giorni, e dai ventinove aveva scritto decine di migliaia di articoli. Insomma: ero più attrezzata a comunicare della persona qualunque che si apre un account non avendo mai detto prima la sua in pubblico.

Tutto questo per dire che la polemica su Rama Duwaji sarebbe una delle più stupide di tutti i tempi, se non fosse la milionesima polemica stupida che vedo da quando l’internet si è trasformata in polizia morale che dissotterra quel che avevi scritto dieci, quindici, venti anni prima per dirti, come un gigantesco Gabibbo, ma non ti vergogniiii.

Rama Duwaji, moglie del sindaco di New York, ha scritto su Twitter cose contro Israele, ha osato far battute sui gay, ha usato la parola nigger. Insomma: ha fatto quel che si faceva quindici anni fa, usando l’internet pubblica come fosse un messaggio privato. Solo che Rama Duwaji è nata nel 1997. Compirà 29 anni quest’estate. Possiamo mettere come regola di igiene del dibattito pubblico il fatto che non ce la prendiamo col passato di gente che è nata quando noi avevamo già un lavoro? (Io nel 1997 ero al mio quarto lavoro, la moglie del sindaco non credo abbia fatto ancora in tempo ad avere quattro lavori).

I tweet, da un account che l’altroieri ha giustamente cancellato per non avere i coglioni ulteriormente rotti, erano stati fatti tra il 2013 e il 2017, e mi pare che le considerazioni da fare siano due.

Una è che, non fatemi usare la categoria dell’onestà intellettuale, se eravate tra coloro che consideravano una barbarie il moralismo spicciolo del lato Mamdani dell’ideologia, se sbuffavate quando venivano richieste le teste di chi non si atteneva alle ortodossie di sinistra, se trovavate raccapricciante che a gente di destra venissero rinfacciate le proprie performance di quand’era universitaria, allora poi non potete rinfacciare a un sindaco, per quanto insopportabile, quel che scriveva sua moglie quand’aveva sedici anni.

(Anche perché, al di là delle ideologie ubriache di Zohran Mamdani, i sindaci di questo secolo hanno tali e tanti punti-rinfacciabilità, dalla gestione della spazzatura a quella dei trasporti, sono figure così autenticamente impopolari per ragioni così visibili e concrete, che bisogna essere ben scemi per accantonare i rimproveri più solidi e attaccarsi ai tweet della moglie, dei quali Mamdani potrà dire: ma che volete, era al liceo).

L’altra è che la battuta che gira su Twitter (o come si chiama ora), e cioè che chiunque facesse le ricerche per conto di Cuomo durante la campagna elettorale, chiunque avrebbe dovuto trovare cose compromettenti su Mamdani e si sia invece fatto sfuggire lo scandaluccio della moglie che diceva in pubblico cose che avrebbe dovuto dire in privato, beh, quel qualcuno non è molto portato per quel lavoro.

Ma naturalmente nessuno di questi due dettagli è quello interessante. Quel che è interessante è la circolarità di queste inaccettabilità. A parte Israele, rispetto al quale le simpatie e le antipatie sono invertite, i termini dello scandaluccio di Rama (nigger, gay) sono gli stessi che avrebbero scandalizzato i sodali di Rama e coniuge se utilizzati da qualche avversario.

La morale, quindi, mi pare sia che il lessico è lo stesso per tutti. Solo che una metà di coloro che lo adoperano ha deciso che è inaccettabile. E, dichiarandolo inaccettabile, dichiarando che non sono solo parole ma reati, non solo parole ma inaccettabilità morali, questi giganti del pensiero hanno creato le basi per venire linciati quando anche loro usano parole che alcuni di noi cercano da anni di spiegare siano solo parole.

Non pietre, non odio, non ferite: quella è propaganda utile a far fatturare una frazione di società che nel dire che le parole e i fatti sono uguali ha infine realizzato l’ambizione di non doversi trovare un lavoro vero. Non conosco i coniugi Mamdani, ma ho visto abbastanza dinamiche di questo tipo da conoscere l’evoluzione di questa qui.

Per i prossimi tre quarti d’ora, i Mamdani penseranno che sia una pretestuosa caccia alle streghe, una orrenda manovra degli avversari politici, un inaccettabile attaccarsi ai dettagli. Trasecoleranno per il modo in cui la società civile è diventata l’inquisizione spagnola, scevri di ogni consapevolezza del loro contributo a questa mutazione.

Poi scemerà il ricordo di questo scandaluccio – che qualche anno fa, quando questo fenomeno era al suo picco, sarebbe durato una settimana, e adesso non arriva a tre giorni. E tutto tornerà come prima: i Mamdani torneranno nei ranghi di chi pensa ci voglia una polizia del lessico, di chi rinfaccia le appartenenze giovanili, di chi pretende specchiata moralità anche nelle battute. Fino al prossimo giro, fino al prossimo caduto di sinistra sui campi beghini di battaglia.

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