Il suono delle lingue indigene riscrive le regole del mercato musicale

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Il rapper indiano Shikriwal tiene la telecamera spenta durante l’intervista. E prima di salutarci, mi dice: «Aspetti!». Sullo schermo, una terrazza affacciata sul paesaggio monsonico della regione del Bihar: case, campi allagati, giardini. Sul suo viso, leggo un’espressione di orgoglio contagiosa. «È il mio villaggio, dove lavoro». Sì, perché «la musica crea ponti», m’avrebbe detto qualche giorno dopo la franco-cameroniana Kelly Rose, in arte Uzi Freyja.
Ponti di legittimo orgoglio che aprono finestre inattese su lingue, storie, Paesi incredibili poco o per niente raccontati. Ma che cosa significa fare musica partendo di lì, in lingue ignote come il bhojpuri di Shikriwal o senza forma scritta come il quechua andino o il lingít delle popolazioni che vivono in Alaska – musiche lontane, ma sempre più vicine anche alle classifiche internazionali e ai Grammy Award? Tra radici e futuro, abuelas e social media, dialetti e inglese, local e global, quella che era la periferia del mercato musicale sta diventando ora sempre più centrale, ibridando la lingua, lo stile e i ritmi di quello che al centro della sua periferia ascoltiamo: «La musica, in questo senso, è assolutamente politica», racconta Renata Flores, giovane peruviana che sta portando musica, lingua e costumi andini su palchi sempre più grandi. E lo conferma Ya Tseen, dall’Alaska, quando dice che «le nostre tradizioni sono sistemi viventi, non reliquie».

Il futuro, insomma, parla anche quechua, bhojpuri, tlingit. Chiosa Galanin: «La musica nasce da lingue che precedono i confini coloniali. La lingua non è decorazione; è un sistema. Se l’inglese cavalca la superficie, le nostre lingue indigene si muovono sotto, portando memoria e resistenza. Così ci opponiamo alla cancellazione e ricordiamo ai nostri figli che questa musica, come la lingua, è viva. Quella che alcuni chiamano “periferia” è il centro».
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