Indagini e romanzi, Battarino smonta i cliché del giallo

«Per scrivere queste cose bisogna conoscerle». A parlare è Giuseppe Battarino, scrittore, giurista ed ex magistrato, intervenuto nell’ambito della rassegna “Voltiamo pagine”, organizzata dall’assessorato alla Cultura del Comune di Cantello.
Profondo conoscitore del diritto penale, Battarino ha presentato il suo libro “Giallisti sul serio“, pubblicato da Morellini Editore. Con alle spalle una lunga carriera da magistrato, Battarino ha accompagnato il pubblico dentro il rapporto tra narrativa investigativa e sistema giudiziario, mettendo in discussione formule, immagini e abitudini linguistiche entrate da tempo nel lessico comune.
«Le parole sono pietre», scriveva Carlo Levi. Un richiamo che trova spazio anche nell’intervento di Battarino, che insiste su un punto preciso: scrivere un giallo richiede un uso corretto dei termini, a cominciare da «polizia giudiziaria», definizione che richiama il lavoro svolto in funzione di un processo davanti a un giudice, spesso sostituita da «forze dell’ordine», espressione non prevista nei codici e dal sapore, secondo l’autore, piuttosto autoritario.
Il ragionamento dell’ex magistrato si è concentrato sulla distanza tra il fascino spettacolare della forza e il lavoro reale delle indagini. Battarino ha contestato molti cliché della fiction italiana, dall’interrogatorio urlato con i pugni sul tavolo fino alle manette che sembrano bastare, da sole, a chiudere un caso.
«Nella realtà – ha osservato Battarino – l’interrogatorio serve a ottenere informazioni, non a mettere in scena una prova di autorità».
Allo stesso modo ha criticato il ricorso quasi automatico, nei telegiornali e nella cronaca televisiva, alle immagini di auto di servizio e lampeggianti anche quando i fatti raccontati non hanno ancora una vera dimensione investigativa.
Nel corso della serata Battarino ha indicato anche alcuni modelli letterari che, a suo giudizio, sanno tenere insieme qualità narrativa e fedeltà al funzionamento della giustizia. Ha citato Simenon, capace di raccontare perfino la crisi prodotta da un cambiamento nella procedura penale, e autori italiani come Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo, diversi nello stile ma accomunati da una solida conoscenza delle regole giuridiche. Tra gli esempi positivi è entrato anche Diego De Silva, apprezzato per la precisione con cui sa rendere credibili arresti, convalide e udienze senza rinunciare all’ironia.
Accanto ai modelli non sono mancati gli esempi contrari, richiamati per mostrare quanto un dettaglio sbagliato possa incrinare la tenuta di una storia. Processi descritti con formule impossibili, testimoni che parlano come in un verbale già scritto, sequestri aggirati senza conseguenze, scorte costruite in modo poco plausibile.
Errori magari minimi, ma sufficienti a compromettere la credibilità del racconto. Anche da qui nasce il libro, che segue la scena del delitto, le investigazioni e il processo con l’idea di restituire un quadro leggibile e insieme aderente alla realtà. Giallisti sul serio si presenta quasi come un manuale per scrittori, ma si rivolge soprattutto ai lettori e agli spettatori, a chi ama gialli, serie e romanzi e vuole riconoscere ciò che appartiene davvero al funzionamento della giustizia.
L’attenzione al linguaggio diventa così un passaggio essenziale della scrittura, perché «la realtà può superare la fantasia, ma quando si usa la fantasia e l’immaginazione bisogna conoscere la realtà».
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