Ambientalismo in Italia, cresce il peso ma non l’impatto. Meggetto: “La partita non è vinta”

Un movimento ambientalista più ascoltato, ma anche più fragile. È questa la fotografia che Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia, traccia guardando allo stato dell’ambientalismo nel 2026. Un quadro in chiaroscuro, dove alla crescita dell’autorevolezza corrisponde una difficoltà crescente nel coinvolgere stabilmente le persone, soprattutto le nuove generazioni.
«La sensibilità sui temi ambientali è cresciuta tantissimo – spiega – e le associazioni oggi sono riconosciute come interlocutori credibili, anche dalla politica. Non siamo più solo quelli che protestano: veniamo coinvolti nei processi decisionali, nel confronto sulle normative».
Un cambiamento profondo rispetto alle origini del movimento, ma che apre nuove criticità. «Il contesto è completamente diverso. L’impegno oggi è più fluido, meno strutturato. Le persone partecipano, ma spesso in modo intermittente. E questo, nel lungo periodo, è un problema».
Uno dei punti più delicati riguarda proprio il rapporto con i giovani. Non tanto una distanza culturale, quanto una trasformazione delle condizioni materiali che rendono più difficile l’impegno continuativo. «Non è una questione qualitativa – chiarisce Meggetto – ma di contesto. I giovani oggi vivono una precarietà molto forte: studio lungo, lavori instabili, spesso più occupazioni contemporaneamente. In queste condizioni è difficile dedicare tempo al volontariato».
Il rischio, aggiunge, è che venga meno quel radicamento territoriale che ha storicamente caratterizzato l’ambientalismo italiano.
Tra movimento e istituzione
Negli anni, Legambiente ha assunto un ruolo sempre più “istituzionale”. Un’evoluzione che porta con sé vantaggi, ma anche ambiguità. «È il risultato della nostra storia e delle scelte fatte, anche quando non erano popolari. Oggi siamo percepiti come autorevoli, al punto che spesso i cittadini si rivolgono a noi al posto delle istituzioni» racconta.
Ma questa posizione crea anche una distanza rispetto al movimentismo più radicale. «C’è chi ci vorrebbe più “ariete”, più conflittuali. In realtà cerchiamo soluzioni concrete, basate su dati scientifici. Il muro contro muro non sempre funziona».
Sul fronte dell’efficacia politica, Meggetto respinge l’idea di un ambientalismo incapace di incidere. «I risultati ci sono, ma fanno meno notizia delle proteste. Il lavoro di proposta è continuo e spesso produce effetti, anche se meno visibili».
Anche sul tema delle divisioni, la lettura è meno pessimista di quanto appaia all’esterno. «Il mondo associativo è molto meno frammentato di quanto si pensi. Collaboriamo con realtà diverse, anche molto distanti, quando c’è un obiettivo comune». Più complesso, invece, il rapporto con la politica partitica: «Lì le dinamiche sono diverse, entrano in gioco consenso ed elezioni. È un altro livello».
Lombardia, tra sviluppo e contraddizioni
Guardando al territorio, Meggetto definisce la Lombardia una regione simbolo delle contraddizioni italiane. «Ha beneficiato di una posizione favorevole e di uno sviluppo straordinario, ma oggi paga il prezzo di scelte fatte senza una piena consapevolezza ambientale. Ci troviamo a gestire le “macerie” di quel modello».
Il riferimento è a inquinamento, consumo di suolo e pressione industriale. «Abbiamo territori straordinari, ma continuiamo a sacrificarli. Il vero nodo è culturale: dobbiamo imparare a preservare». Una transizione che passa anche da scelte concrete, come le energie rinnovabili. «Non possiamo rifiutare eolico e fotovoltaico ovunque e poi accettare infrastrutture impattanti come se fossero normali. Serve coerenza».
Nel rapporto con il sistema produttivo, il giudizio è articolato. «Le grandi aziende sono sempre più coinvolte, anche per obblighi normativi come i bilanci di sostenibilità. E molte stanno facendo passi avanti reali».
Più complessa la situazione delle piccole e medie imprese, che costituiscono gran parte del tessuto lombardo. «Hanno meno vincoli, ma anche meno strumenti. Tuttavia cresce una nuova generazione di imprenditori più sensibile». Resta il rischio del greenwashing, ma la direzione, secondo Meggetto, è tracciata: «La sostenibilità conviene anche economicamente. Questo è un fattore decisivo».
Ripartire dal basso
Nonostante il peso crescente dei livelli decisionali più alti, Meggetto – entrata in Legambiente nel 1993, partendo da una battaglia locale contro un inceneritore a Cassano Magnago, dove fonda un circolo territoriale – rivendica con forza il valore dell’azione locale.
«Le associazioni sono fondamentali: senza i corpi intermedi molti risultati non sarebbero mai arrivati. E lo stesso vale per i cittadini: anche i comportamenti individuali contano, perché generano cultura e cambiamento nel tempo». Un lavoro spesso invisibile, ma duraturo. «Ci capita di incontrare persone che, dopo anni, ci dicono di aver scelto un percorso grazie a un’esperienza fatta con noi. È così che si costruisce il cambiamento».
In un contesto complesso e in continua evoluzione, la sfida dell’ambientalismo resta quindi duplice: consolidare il proprio ruolo nei processi decisionali e, allo stesso tempo, ricostruire una base sociale capace di sostenerlo nel lungo periodo. Ne parliamo mercoledì 22 aprile alle 21 a Materia in un incontro con Barbara Maggetto, Devis Dori, parlamentare di Europa Verde e Giovanni Ludovico Montagnani, di Ci sarà un bel Clima.
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