«Indecenti profitti di guerra»: Greenpeace Francia punta il dito contro gli utili di TotalEnergies saliti del 51% in questi ultimi mesi

Man mano che i giorni passano e la situazione non torna alla normalità in Medio Oriente, arrivano nuovi dettagli su quanti profitti extra stanno facendo le compagnie petrolifere dall’inizio dei bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran. Se ieri il nostro giornale segnalava che le sei principali aziende che estraggono, lavorano e vendono combustibili fossili (Chevron, Shell, BP, ConocoPhillips, ExxonMobil e TotalEnergies) guadagnano 3000 dollari al secondo con profitti che secondo le stime per il 2026 arriveranno a 94 miliardi di dollari, ora Greenpeace France fa presente che una di quelle sei aziende, la francese TotalEnergies, ha registrato nel primo trimestre 2026 un aumento degli utili del 51% rispetto allo stesso periodo del 2025. E considerato che i bombardamenti e poi il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran (con poi il controblocco americano) sono cominciati il 28 febbraio, si capisce quanto aumenteranno ancora i profitti se la guerra non dovesse finire presto.
Greenpeace Francia dà a TotalEnergies della «profittatrice di guerra» e denuncia la «logica cinica» dei giganti del petrolio che «trasformano i drammi umani in opportunità finanziarie, mentre le famiglie pagano il prezzo più alto alla pompa». L’associazione sottolinea che mentre il commercio internazionale di petrolio è fortemente perturbato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, «TotalEnergies riesce comunque a incassare 5,8 miliardi di euro di profitti nel primo trimestre del 2026, ovvero quasi 2 miliardi di euro o il 51% in più rispetto al primo trimestre del 2025».
Inoltre, l’impennata del prezzo delle azioni di TotalEnergies ha portato a un massiccio arricchimento dei suoi azionisti, stimato in 55,4 miliardi di euro. Tra questi, fa notare l’associazione, Patrick Pouyanné, amministratore delegato di TotalEnergies, che si è arricchito di quasi 15 milioni di euro.
Dice Sarah Roussel, responsabile della campagna «Energie fossili» di Greenpeace Francia: «Lo schema è ben noto: come all’inizio della guerra in Ucraina nel 2022, TotalEnergies approfitta dell’impennata dei prezzi del petrolio legata all’instabilità geopolitica per massimizzare i propri profitti. Dietro questi risultati record si nascondono profitti di guerra indecenti, che finiscono in gran parte nelle tasche dei suoi azionisti, mentre milioni di persone vedono esplodere la propria bolletta energetica. È urgente che il governo francese si assuma le proprie responsabilità e ponga fine a questa situazione inaccettabile, tassando più pesantemente i profitti delle grandi compagnie petrolifere».
La questione non riguarda ovviamente soltanto la Francia. Le aziende petrolifere di diverse nazionalità stanno macinando utili e l’aumento dei prezzi dell’energia, spesso causato da crisi geopolitiche, grava pesantemente sul potere d’acquisto delle famiglie di altrettante nazioni. Greenpeace Francia invita il governo francese a introdurre tasse permanenti aggiuntive su tutti i profitti realizzati dalle aziende petrolifere e del gas e analoghe iniziative l’associazione le sta mettendo in campo in altri paesi europei, Italia compresa. «Poiché le aziende del settore delle energie fossili riescono a dichiarare miliardi di profitti nei paradisi fiscali, anche la risposta deve essere globale», sottolinea Greenpeace. «La Convenzione fiscale delle Nazioni Unite, attualmente in fase di negoziazione a New York, potrebbe consentire di cambiare le regole del gioco in materia di fiscalità internazionale, introducendo una tassazione internazionale dei profitti globali delle multinazionali più inquinanti là dove creano valore».
Tra l’altro, al di là di questi profitti aggiuntivi generati dai conflitti armati, questa situazione ci ricorda la nostra pericolosa dipendenza dalle energie fossili, che espone le popolazioni alle crisi geopolitiche e alla volatilità dei prezzi. Come hanno appena segnalato i vertici comunitari, l’Unione europea ha speso in soli due mesi, dall’inizio della guerra in Iran ad oggi, ben 27 miliardi di euro in più per acquistare combustibili fossili.
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