Non solo siccità: la complessa verità dietro il declino dei Maya

Aprile 30, 2026 - 04:30
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Non solo siccità: la complessa verità dietro il declino dei Maya

Per decenni, il declino della civiltà Maya tra il 750 e il 900 d.C. è stato citato come il monito definitivo degli effetti devastanti del cambiamento climatico. Ma una nuova ricerca condotta da Benjamin Gwinneth, professore di geografia all’Università di Montréal ed esperto di cambiamenti ambientali, invita a una visione più complessa e meno lineare. L’analisi di campioni di sedimenti risalenti a 3.300 anni fa, suggerisce che il drastico declino della popolazione nelle pianure dell’America Centrale non possa essere attribuito esclusivamente a ripetuti episodi di siccità.

Il team di Gwinneth ha scavato nei fondali della Laguna Itzan, in Guatemala, trasformando il letto del lago in un archivio storico. Attraverso l'analisi di tre indicatori geochimici — idrocarburi policiclici aromatici (spia degli incendi), cere fogliari (indicatori di precipitazioni) e stanoli fecali (stima della densità umana) — i ricercatori hanno ricostruito 4.000 anni di attività antropica.

Le scoperte hanno rivelato un'evoluzione sociale sorprendente: «I primi insediamenti permanenti sono comparsi 3.200 anni fa – ha affermato Gwinneth – Si praticava l'agricoltura taglia e brucia e si registrò un aumento della popolazione. Durante il periodo Preclassico, tra 3.500 e 2.000 anni fa, i Maya fecero un uso estensivo del fuoco. Praticavano l'agricoltura taglia e brucia, utilizzando il fuoco per disboscare la foresta e poi coltivando sulle ceneri fertili».

Con il passaggio al periodo Classico (1.600-1.000 anni fa), la civiltà Maya raggiunse il suo apice. Nonostante una densità abitativa molto più elevata, le tracce di incendi diminuirono drasticamente. «Questo probabilmente significa che la maggior parte del territorio era stata disboscata, il che potrebbe aver portato a un cambiamento nella strategia agricola – ha affermato Gwinneth – Il fuoco non era più una componente importante delle loro pratiche agricole. Questa trasformazione riflette una graduale urbanizzazione e suggerisce che i Maya stessero modificando le strategie agricole per sfamare una popolazione in crescita».

La vera "anomalia" riscontrata a Itzan riguarda il clima. «Mentre altre regioni Maya soffrivano siccità devastanti, Itzan sembrava godere di un clima stabile», sottolinea Gwinneth. La vicinanza alla Cordigliera garantiva piogge orografiche regolari, eppure, nonostante l’abbondanza d’acqua, la popolazione di Itzan diminuì drasticamente tra il 1.140 e il 1.000 d.C. «Gli indicatori demografici mostrano un calo drastico, le tracce di agricoltura scompaiono e il sito fu abbandonato».

Se Itzan non mancava d'acqua, perché ha subito la stessa sorte dei suoi vicini?
«La risposta risiede nell'interconnessione delle società Maya – ha affermato Gwinneth – Le città non esistevano in isolamento; formavano una complessa rete di relazioni commerciali, alleanze politiche e interdipendenza economica. Quando le pianure centrali furono colpite dalla siccità, ciò potrebbe aver innescato una serie di crisi a cascata: guerre tra città per le risorse, il crollo di dinastie reali, migrazioni di massa, interruzione delle rotte commerciali e così via».

Lo studio di Itzan ci insegna che la resilienza di una civiltà non dipende solo dalle risorse locali, ma dalla tenuta dell'intero sistema. Il collasso della civiltà Maya non fu un evento meccanico dettato dal clima, ma un fenomeno in cui economia e politica giocarono un ruolo decisivo.

In un mondo contemporaneo globalizzato, dove le crisi ambientali in una regione possono destabilizzare mercati e società a migliaia di chilometri di distanza, la lezione dei Maya appare più attuale che mai.

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Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia