La crisi di Hormuz taglia a Trump la via di fuga dalle responsabilità

Mar 17, 2026 - 10:30
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La crisi di Hormuz taglia a Trump la via di fuga dalle responsabilità

La crisi della strategia americana in Iran sembra dimostrare anzitutto una regola della politica internazionale di cui Donald Trump, evidentemente, non sospettava l’esistenza. E cioè che insultare, minacciare, ricattare e muovere una guerra commerciale contro il resto del mondo, a cominciare dai propri alleati più stretti, non susciterà in loro un ardente desiderio di correre in tuo soccorso non appena ti troverai nei guai, tanto meno se quei guai consistono in una guerra che hai scatenato tu, senza motivo e senza nemmeno degnarti di informarli prima. La gravità e al tempo stesso l’assurdità della situazione è ben riassunta da Gideon Rachman sul Financial Times: «Il conflitto con l’Iran, iniziato con obiettivi militari vaghi, ha ora uno scopo chiaro e prioritario: riaprire lo Stretto di Hormuz. Ironicamente, e fastidiosamente, l’unica ragione per cui lo stretto è chiuso è anzitutto che Stati Uniti e Israele sono entrati in guerra». Rachman sottolinea che adesso l’Iran sa e ha dimostrato di avere la possibilità di strangolare l’economia mondiale, e verosimilmente userà questo potere anche in futuro, indipendentemente dall’esito della guerra. Anzi, per colmo del paradosso, se il regime sopravviverà alla guerra, potrebbe emergerne proprio per questo motivo addirittura più forte di prima.

La conseguenza di più breve periodo che colpisce me è però un’altra, e cioè che adesso è come se Trump avesse perso il boccino, inteso come la possibilità di annunciare in qualunque momento e a sua totale discrezione di avere raggiunto gli obiettivi che si era prefissato, dichiarare missione compiuta, riprendersi baracca e burattini e chiuderla lì. O meglio – anzi, peggio – è come se l’avesse consegnato agli iraniani, il boccino, perché adesso saranno loro, con la decisione di riaprire o meno lo stretto di Hormuz, a certificare se e quando la guerra sarà davvero finita. A meno che, naturalmente, Stati Uniti e Israele non si dimostrino in grado di neutralizzare completamente sia il regime sia le sue numerose milizie sparse per la regione. Ma al momento non sembra che le cose stiano andando in questa direzione, come mostra proprio il tentativo di scaricare sugli alleati della Nato l’onere di scortare le navi lungo lo stretto. La situazione sembra corrispondere perfettamente alla brillante sintesi che ne ha fatto Francis Fukuyama: «Il mondo è diventato un posto molto pericoloso perché il paese più potente è sotto il controllo di un bambino di dieci anni; quel bambino ha scoperto un lanciafiamme nel cortile dei suoi genitori e ora si sta divertendo a usarlo per bruciare le cose». Lo dimostrano da ultimo le parole di Trump su Cuba, dove sembra minacciare un altro regime change, o più probabilmente una nuova operazione sul modello venezuelano, visti i pessimi risultati della replica mediorientale.

Leggi anche l’articolo di Massimo Arcidiacono su questo tema

 

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