La leggenda dello shadow banning, e i romanzetti di cui non frega niente a nessuno

C’è un punto, nei contratti che le case editrici sottopongono agli scrittori che vogliano il privilegio di pubblicare le loro opere, che si chiama “Obblighi dell’Autore”. È una dicitura ridondante, giacché i contratti delle case editrici con gli autori sono interamente costituiti da obblighi del povero scrittore e mai un obbligo che sia uno per l’editore.
Obbligo dell’autore lasciare una percentuale da usurai dei guadagni all’editore, obbligo dell’autore consegnare in tempo e cambiare il testo se richiesto e farsi andar bene i cambiamenti eventuali fatti pure da altri (giuro: poi si tratta, ma nella prima bozza che ti sottopongono ci manca che ti dicano che non hai diritto d’obiezione se in copertina ti scrivono “L’autore è un povero pirla”, attributo che peraltro dimostri di meritarti firmando quel contratto).
L’editore, invece, non ha un obbligo che sia uno. Non quello di garantirti che del tuo libro parleranno al Tg1, non quello di assicurarti una tiratura così gigantesca che la gente ti comprerà perché non ne può più di vederti spuntare da qualunque scaffale di qualunque negozio, non quello di farti vincere lo Strega.
Alla voce “Obblighi dell’Autore”, da qualche tempo c’è una clausola variamente formulata, ve la ricopio da un contratto per darvi un’idea: «L’Autore si impegna a […] promuovere anche personalmente l’Opera – sempre secondo modalità da concordare con l’Editore – sulle proprie pagine personali dei social network».
Ora, qualunque scrittore al quale facciate leggere questa clausola ululerà, perché va bene tutto ma che adesso mi diciate che devo farmi pubblicità da solo (ma con parole approvate da altri) e te lo mettiamo pure in contratto, ecco, è un po’ eccessivo. Qualunque scrittore si attaccherà a una tenda e dirà vedete, l’editore mi vessa, l’editore non ci tiene a me, l’editore compra soltanto profumi per gli altri autori e mai balocchi per me.
E io lo scrittore (scusate: l’Autore, maiuscolo) lo capisco, perché l’ufficio contratti della casa editrice (scusate: l’Editore, maiuscolo) che formula questa clausola è evidentemente ubriaco, perché allora tu editore maiuscolo cosa ci stai a fare, perché allora io autore maiuscolo (ma forse a questo punto il maiuscolo è una beffa) facevo prima a pubblicarmi senza intermediari su Amazon – dove Bezos sarà pure un cafone ma mi lascia l’ottanta per cento delle royalties e Vannacci sì che aveva capito tutto e non aveva i nostri complessi.
Però temo che il problema sia un altro, oltre a quello invero esistente di contratti che dicono che io devo fare tutto il lavoro e tu ti terrai tutti i soldi ma siccome io sono Autore (maiuscolo!) e non fattorino di Glovo allora nessuno si occupa della vessazione contrattuale.
Il problema, amici maiuscoli, è che il libro (scusate: l’Opera, maiuscola) promosso sui social network non guadagna una copia che sia una. Sapete che effetto ha, l’opera maiuscola che l’autore maiuscolo fotografa sulla sua maiuscolissima pagina Instagram? Quello di far fuggire il pubblico che non per comprarsi una batteria di pentole, è lì, ma per vedere le maiuscole vacanze e i maiuscoli cappuccini. La gente che scrolla il telefono vuole farsi i fatti tuoi, non comprare le tue opere.
«E così un anno fa, ho pubblicato il mio primo romanzo. E no, non è andata bene come mi aspettavo». In nessuna delle immagini del carosello postato da Davide su Instagram compare il dubbio che la sua scarsa dimestichezza con la punteggiatura non abbia aiutato le vendite.
«Dopo l’entusiasmo dei primi mesi, il tour di presentazioni, le prime critiche e recensioni le vendite non sono andate come speravo. Molto sotto i dati attesi. “Ho fallito” mi sono detto. E nonostante i tanti messaggi d’amore e stima da parte dei lettori ho perso fiducia in me stesso, nella mia scrittura, nei progetti».
Ora, Davide. Il tuo romanzo è uscito da cinquantaquattro settimane, e ha venduto millecentosettantuno copie. Tu non hai ricevuto tanti messaggi d’amore e di stima da parte dei lettori, specie considerato che hai quattrocentosessantanovemila follower: se anche i millecento ti avessero tutti scritto, sarebbero un quattrocentesimo di quelli che ti seguono, una frazione di quelli che abitualmente ti scrivono.
Può essere che ti abbiano scritto quanto gli piaceva il tuo libro senza averlo letto? Certo che sì, Davide: tu hai ventisei anni, e non lo sai quanto il mondo sia un luogo spietato fatto di gente che, proprio come me e te, è interessata solo a sé stessa. Vogliono dire agli amici che un tizio famosetto su Instagram gli ha messo un cuoricino, mica vogliono leggere il tuo romanzetto (Google dice che sei una “internet celebrity”, Davide, ma io credo al risvolto di copertina secondo cui sei poeta e divulgatore digitale, qualunque cosa queste mansioni significhino).
Ma soprattutto: cosa significa tour di presentazioni? Sei andato in giro per l’Italia a parlare d’un libro che ha venduto mille copie in tutto? Sai quanto ci ha rimesso di treni l’editore? Non ti senti un po’ in colpa?
«Più cercavo di far sapere a voi che avevo pubblicato un libro, che vi stava aspettando, che fremevo dalla voglia di narrare più le visualizzazioni di storie e reels sono crollate». Davide: non c’è, per farci smettere di guardar le storie di qualcuno, come è uscito il mio libro/venite alla presentazione del mio libro/Cavalli e segugi dice che il mio libro è il migliore dell’anno.
Ma lo so: la realtà non è mai abbastanza lusinghiera, ed è qui che interviene la pseudologia fantastica. «Con la presa di posizione aperta e continua sui fatti della striscia, le proteste e i video per i poeti palestinesi, Instagram e TikTok mi hanno rinchiuso in una gabbia lucente di mezzo milione, in cui la mia voce arriva, quando va bene, a diecimila persone». Non hai scritto un romanzo di cui non fregava niente a nessuno come della maggior parte dei troppissimi romanzi che escono in Italia ogni settimana, no: sei un eroe della controinformazione, hai sacrificato le tue vendite all’essere intellettualmente scomodo.
Naturalmente tu hai ventisei anni e nessuna colpa: sto sui social da diciannove anni, e sono diciannove anni che mi compaiono post di gente che premette che il post che mi è stato proposto dall’algoritmo e sto leggendo non lo vedrà nessuno (si vede che sono nessuno), perché è, questa gente senza senso del ridicolo, in shadow banning, giacché essa parla di temi scomodi.
La gente si è inventata la leggenda metropolitana dello shadow banning – cioè: del non far vedere i tuoi post a nessuno, ma senza dirtelo chiaramente – quando tu neanche sapevi ancora leggere, Davide.
Lo shadow banning è una forma di mitomania molto interessante: perché mi compare tutta questa gente che neppure seguo e che perdipiù è resa invisibile dall’algoritmo per punizione? Compaiono solo a me? Che bizzarra coincidenza!
«Pian piano il mio romanzo è cominciato a sparire dalle librerie, sempre meno visto e cercato. Nonostante sia un romanzo di formazione, messo fra i booktok e i romance, solo perché sono anche un creator. Declassato, fuori dagli interessi. Non vendi». Davide, piccino, vieni, sediamoci. Tra i booktok e i romance c’è “Cime tempestose”, per dire, che la settimana scorsa ha venduto quattordicimila e duecento copie, quanto te in quattordici anni e senza che la Brontë si sia contrattualmente impegnata a promuoverlo sui suoi social.
Ma soprattutto: cosa intendiamo con «pian piano»? Un libro che vende mille copie in un anno sparisce dalle librerie alla seconda settimana. Cioè, hai presente quanta roba nuova esce ogni settimana e quanto devi funzionare perché un libraio abbia interessi a farti occupare i suoi preziosi scaffali?
Davide, tu hai ventisei anni, che non è un’età da basso profilo: è l’età alla quale Orson Welles gira “Quarto potere”, l’età del gigantismo, l’età dell’arroganza. Tuttavia che il tuo libro «potrà anche non avere mai la visibilità che io credo meriti» ma «resterà sempre parte della mia anima fuori dal corpo, lo scintillio di Dio in me sotto forma d’inchiostro» – ecco, Davide, non ti pare un ciccinino troppo?
Ma, soprattutto, io capisco che questo post è parte dei doveri contrattualizzati alla voce “Obblighi dell’Autore” e l’hai dovuto scrivere per ottemperare alle maiuscole richieste del maiuscolo editore; ma, ai duecentottantasei che sotto questo post hanno solidarizzato, hai chiesto lo scontrino della libreria?
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