Il conto della guerra di Trump rischia di pagarlo Meloni

Mar 3, 2026 - 12:30
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Il conto della guerra di Trump rischia di pagarlo Meloni

Quel poco che ancora restava in piedi dell’internazionale sovranista di cui solo pochi anni fa Steve Bannon amava vantarsi col suo grande amico Jeffrey Epstein, in particolare nell’Europa colpita dai dazi e continuamente minacciata dall’aperta ostilità dell’amministrazione Trump, credo proprio che resterà sepolto per sempre sotto le macerie della nuova campagna israelo-americana in Medio Oriente.

Naturalmente può darsi che io mi faccia delle illusioni. Può darsi che non abbia capito nulla, né di quel che accadrà in Iran né di quel che sta accadendo in Europa. Può darsi che Donald Trump si dimostri capace in breve tempo di riaffermare l’egemonia degli Stati Uniti, tanto sul piano militare quanto sul piano politico. Al momento non mi sembra però che abbia le idee troppo chiare, quando afferma ad esempio che il successo dei primi bombardamenti è stato tale da avere eliminato anche tutte le personalità del regime con cui gli americani parlavano e intendevano trattare.

In compenso, ha detto molto chiaramente di mettere in conto una campagna lunga, e di non escludere nemmeno l’impiego di soldati sul terreno, fino a un attimo fa l’unica differenza rimasta con le deprecate avventure del passato, in Afghanistan e in Iraq, cui potessero appigliarsi i suoi sostenitori e alleati. E intanto il conflitto già comincia ad allargarsi, con conseguenze imprevedibili.

E così ieri, mentre nel parlamento italiano il ministro della Difesa Guido Crosetto dava conto delle sue scarse capacità di pianificare le vacanze e il ministro degli Esteri Antonio Tajani bisticciava con Giuseppe Conte su chi fosse più asservito a Trump, rivendicando di non essere mai stato chiamato «Tony», diversamente dall’amico «Giuseppi», a Parigi il presidente Emmanuel Macron annunciava la svolta storica della dottrina nucleare francese.

Un consistente ampliamento dell’arsenale, unito all’offerta di posizionarne le risorse strategiche in diversi paesi europei, in stretta collaborazione con il Regno Unito, così da estendere sul continente, di fatto già orfano della garanzia di sicurezza americana, l’ombrello protettivo delle sue uniche potenze nucleari. Un’offerta di cooperazione estesa dunque a Germania, Polonia, Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia, per partecipare a esercitazioni congiunte e schierare nelle proprie basi jet Rafale o missili da crociera dotati di testate atomiche. Il contrasto con il dibattito italiano sulle vacanze di Crosetto non potrebbe essere più stridente.

D’altra parte, se è vero che il dito sul bottone rimane quello del presidente francese, e che dal 2027 all’Eliseo potrebbero esserci proprio Marine Le Pen o Jordan Bardella, cioè i migliori amici di Vladimir Putin, è anche vero che di qui alle prossime presidenziali gli sconquassi prodotti da Trump in Europa potrebbero avere conseguenze significative sugli equilibri politici persino a Parigi. Io però continuo a pensare che i primi a vederne gli effetti saremo proprio noi italiani.

La narrazione sulla grande svolta europeista, liberale e addirittura draghiana di Meloni, sul successo della sua politica internazionale, sulla sua capacità di costituire un ponte tra Europa e Stati Uniti appare ormai difficilmente sostenibile. Al momento della verità, quando si è trattato di scegliere tra Trump e l’Unione europea, Meloni ha sempre scelto di restare allineata al presidente americano e all’internazionale sovranista, a cominciare da quel primo ministro ungherese, Viktor Orbán, che blocca i prestiti all’Ucraina e ricatta Bruxelles in ogni modo. Una scelta che dice molto dei principi della nostra presidente del Consiglio, non meno che della sua lungimiranza.

Scrive Thomas Friedman sul New York Times: «Non dobbiamo permettere che questa guerra per portare la democrazia e lo stato di diritto in Iran ci distragga dalle minacce alla democrazia e allo stato di diritto poste da Trump in America e dal primo ministro Benjamin Netanyahu in Israele». Non avrebbe dovuto farlo nemmeno Giorgia Meloni, ed è un errore che adesso rischia di pagare a caro prezzo. La prima rata scade il prossimo 22 marzo.

Leggi l’articolo di Mario Lavia su questo tema

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Redazione Redazione Eventi e News