La lezione russa che inquieta i tecnomiliardari dell’America di Trump

C’è una fotografia che racconta più di molte analisi il mutamento in corso nei rapporti tra denaro e politica a Washington. Alla seconda inaugurazione di Donald Trump, alle spalle della famiglia presidenziale e davanti a diversi futuri membri dell’amministrazione, sedevano alcuni degli uomini più ricchi e influenti del pianeta: Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Sundar Pichai, Elon Musk. Non era soltanto una presenza di riguardo. Era la rappresentazione visiva di un riallineamento: una parte decisiva del capitalismo americano che sceglie di accreditarsi presso un potere politico sempre più personale, esigente, centralizzato.
Da qui muove un saggio pubblicato su Foreign Affairs da Christopher Hartwell e Tricia D. Olsen, due studiosi che leggono quella scena come il possibile inizio di una dinamica già vista altrove. Il titolo, «The Disposable Oligarchs», contiene già la diagnosi: gli oligarchi possono diventare sacrificabili. Più precisamente, le élite economiche che si convincono di poter convivere con leader a trazione autoritaria – o addirittura di poterne orientare le scelte – finiscono spesso per scoprire che il rapporto è meno simmetrico di quanto immaginassero.
La Russia offre il precedente più istruttivo. Negli anni Novanta gli uomini emersi dalle privatizzazioni post-sovietiche non furono soltanto beneficiari della transizione: ne furono protagonisti e, per certi aspetti, arbitri. Controllavano settori strategici, condizionavano il Cremlino, sostenevano Boris Eltsin, contribuivano a finanziare il sistema politico. Sembrava l’età dell’oro dell’influenza privata. Poi arrivò Vladimir Putin e il meccanismo si invertì. Il nuovo presidente comprese subito che nessun progetto di restaurazione del potere statale sarebbe stato possibile in presenza di ricchezze indipendenti, reti mediatiche autonome e ambizioni politiche concorrenti. Da quel momento gli oligarchi smisero di essere partner e divennero sudditi: chi si allineò sopravvisse, chi conservò margini di autonomia fu colpito, espropriato o spinto fuori scena.
Secondo Hartwell e Olsen, è la traiettoria tipica di ciò che definiscono capitalismo autoritario di Stato: il mercato continua a esistere, ma la protezione giuridica della ricchezza si assottiglia e viene sostituita dalla protezione politica. Non conta più tanto il possesso, quanto il permesso. La proprietà resta privata solo finché non intralcia il disegno del sovrano.
Lo stesso schema, in forme meno estreme ma riconoscibili, gli autori lo rintracciano nella Turchia di Recep Tayyip Erdogan e nell’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman: sanzioni fiscali mirate, indagini selettive, sequestri, campagne anticorruzione usate come strumento di riallineamento delle classi dirigenti economiche. In tutti questi casi il grande capitale scopre di avere una forza apparente e una fragilità sostanziale: prospera in prossimità del potere, ma proprio quella prossimità lo rende revocabile.
Il salto più audace del saggio è naturalmente l’applicazione del modello agli Stati Uniti. Nessuna equiparazione meccanica con Mosca o Riad: le istituzioni americane restano più robuste, il pluralismo sociale più esteso, i contrappesi più profondi. Ma gli autori osservano che il progressivo ricorso alla pressione giudiziaria come strumento di intimidazione politica, la sistematica delegittimazione dei media ostili, la personalizzazione del rapporto tra Casa Bianca e grandi interessi economici e la crescente domanda di fedeltà individuale sono elementi che meritano attenzione.
Per questo guardano con sospetto alla nuova postura dei colossi della Silicon Valley. Durante il primo trumpismo molti di questi gruppi avevano mantenuto una distanza prudente, se non apertamente conflittuale. Oggi prevale invece un atteggiamento di accomodamento: meno attrito, meno esposizione polemica, più disponibilità a un rapporto di collaborazione. Nella lettura di Foreign Affairs, non è semplice realismo aziendale. È l’inizio di una dipendenza.
La storia, suggeriscono Hartwell e Olsen, mostra infatti che il leader personalistico gradisce il sostegno dei grandi capitali ma non ne accetta l’autonomia. Li utilizza per rafforzarsi e, una volta rafforzato, chiede qualcosa di più del contributo economico: chiede subordinazione. È a quel punto che la convenienza si trasforma in ricatto.
L’episodio di Elon Musk viene evocato proprio per questo. Asceso al rango di interlocutore privilegiato dell’amministrazione, il patron di Tesla e SpaceX ha sperimentato quanto rapidamente il favore possa mutare di segno nel momento in cui emergano divergenze con il presidente. La minaccia di rimettere in discussione contratti e relazioni con il governo è bastata a ricordare che, in un sistema fondato sulla discrezionalità del capo, il capitale non è mai del tutto indipendente.
L’argomento di Foreign Affairs ha inevitabilmente una componente polemica e forse indulge in qualche analogia forzata. Ma tocca un nervo reale delle democrazie contemporanee: il momento in cui le élite economiche smettono di affidarsi a regole impersonali e cercano tutela nella vicinanza al potere. È una scelta che può apparire prudente nel breve periodo e perfino redditizia. La lezione russa, però, dice altro: quando il primato della legge arretra e avanza quello del leader, nessuna fortuna è davvero al riparo. Nemmeno quella degli uomini più ricchi del mondo.
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