La musa ispiratrice di Émile Sornin è una marionetta di nome Melchior

Mar 17, 2026 - 10:30
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La musa ispiratrice di Émile Sornin è una marionetta di nome Melchior

Émile Sornin, aka Forever Pavot, è un tipo solitario. Uno con il sorriso stampato in faccia, baffetti inconfondibili e capigliatura scompigliata, spesso domata da un cappellino da baseball. Confeziona album come fossero film, con scene che si susseguono una dopo l’altra, a volte senza un nesso logico. Affascinato dalla figura dell’uomo-orchestra, registra da solo tutti gli strumenti: un sistema stratificato dove si sovrappongono batteria, basso, pianoforte, sintetizzatori e frammenti di suoni. Per farlo, si rifugia in un piccolo studio. «Non ho una formazione classica né jazz, non ho frequentato il conservatorio… Suono forme, colori, per dare vita alla musica che mi piace, come un idiota rintanato nel suo laboratorio.» L’unico strumento per cui prende lezioni da adolescente è la batteria. «Da allora, affronto gli strumenti in maniera ritmica. Mi piacerebbe saper suonare il flauto traverso, l’ocarina, la tromba ma sono troppo impaziente per mettermi a studiare» confessa l’artista. Il suo pop artigianale fa eco alle musiche dei film francesi e italiani degli anni 60 e 70. Ascoltandolo, emerge un’estetica sonora d’altri tempi, un groviglio retrò di filtri, pedali carichi di adrenalina e sessioni ritmiche, come in uno spaghetti western. Non a caso, in Francia è anche regista di videoclip, come questo per Alt-J, e compositore di colonne sonore nostalgiche.

Nato nel 1985 nella periferia de La Rochelle, sul litorale atlantico francese, Émile Sornin cresce in una famiglia a cui deve la passione per il cinema. In quegli anni fondatori, la musica autodidatta dell’insaziabile curioso è influenzata dai generi più disparati: metal, hip-hop, reggae, jazz… Intorno ai venti anni hanno inizio le tournée arrangiate alla buona, di quelle in auto con gli amici, sono anni di puro divertimento. Poi sbarca a Parigi per studiare montaggio, e, senza mai abbandonare la musica, si specializza nella realizzazione di videoclip e musiche originali per film. Nella capitale trascorre intere giornate girovagando per mercatini delle pulci, passando in rassegna negozi di vinili, alla ricerca dischi per fare loop, basi strumentali, scratch.

Forever Pavot and Melchior. Courtesy of Guillaume Dufour

Questa fase di adorazione dell’hip-hop, dei beatmaker che si ispiravano al jazz, al rock progressive, alla musica brasiliana, gli consente di rendersi conto che c’è un periodo che lo affascina più di tanti altri: la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. «La mia curiosità veniva dall’hip-hop, ho l’impressione una quindicina di anni fa fosse un genere che esistesse per davvero, dal vivo e in modo contemporaneo». Nel 2012 fonda il progetto musicale pop/rock progressive Forever Pavot. Come alcuni ricorderanno, alle medie e al liceo negli anni Novanta si usava scarabocchiare slogan su zaini e astucci. Un amico di Émile andava spesso per mercatini vintage e un giorno tornò a casa con un portapenne su cui c’era marcato “Flower Power” che i due compari leggono erroneamente come “Forever Pavot. «Ci ha fatto morire dal ridere. Mi è piaciuta la poesia di quell’errore e ho pensato che potesse essere divertente come nome per un gruppo». Un appellativo con un’accezione psichedelica, mix onirico in franglais: “Forever” va pronunciato con accento francese e “Pavot”, è una parola francese, per niente inglese.

Il fatidico incontro con l’etichetta discografica Born Bad Records lo porta alla realizzazione di quattro album. Prodotti con l’etichetta Born Bad Records, i primi tre – Rhapsode (2014), La Pantoufle (2017), L’Idiophone (2023) – rielaborano un universo elegante, caratterizzato da arrangiamenti densi. «Adoro Morricone, è un punto fermo che non ho mai perso di vista, è un pozzo senza fondo, ascoltandolo c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Piero Piccioni, i gialli di Dario Argento accompagnati dall’indimenticabile rock progressive dei Goblin… in queste composizioni sento qualcosa di sacro che mi tocca nel profondo, a volte sfiora qualcosa di inquietante che mi attrae da matti. Tra i musicisti più contemporanei ascolto Andrea Laszlo De Simone ed i Calibro 35».

Forever Pavot and Melchior. Courtesy of Guillaume Dufour

Ammette che ultimamente il richiamo dell’elettronica si è fatto sentire, e con esso la voglia di rinnovarsi, il bisogno di cambiare direzione, di spezzare quell’immagine elegante e un po’ intellettuale anni Sessanta-Settanta che gli si è appiccicata addosso. Melchior, il robot-marionetta bussa alla porta dell’immaginazione di Émile; insieme registrano un disco a quattro mani. La creatura meccanica lo traghetta verso una direzione più minimal ed elettronica, cercando di rendere le melodie di Forever Pavot un po’ più digeribili. «Nel mio entourage, conosco poche persone si servono dell’intelligenza artificiale per fare musica: forse prima o poi ci arriverò anch’io. Per il momento, presentarmi in scena con una marionetta-robot è anche un modo per ironizzare sulla rivoluzione digitale».

La sua è una proposta artigianale che prende vita grazie a materiali di recupero e una buona dose di bricolage: una testa di un parrucchiere e mani da esercitazione per studenti di manicure, tutti pezzi scovati nei mercatini delle pulci. «Spesso mi è stato rimproverato di realizzare composizioni troppo spesse, con armonie strane e cambi di accordi repentini, che possono risultare un po’ indigeste. Con Melchior Vol.1 abbiamo prodotto una musica più leggibile, anche se resta presente un tocco di stramberia».  Pop-rock bizzarro, à sa sauce, come si dice in Francia. «Ho l’impressione che con l’intelligenza artificiale la gente agisca in maniera meno spontanea; io preferisco divertirmi con la mia musa marionetta. È stata assemblata con un amico, è un progetto condiviso: abbiamo pensato insieme a come metterla in scena». Melchior è un bel nome da robot, per certi versi poetico, non è molto comune e allo stesso tempo ha un tocco futuristico. Fa capolino sui social, nei videoclip, è co-protagonista nella cover dell’ultimo album, ma soprattutto sul palco: canta, interviene tra un pezzo e l’altro, discute con i membri del gruppo. La sua, è una storia che non sembra volersi fermare qui. Non ci resta che aspettare l’uscita del Vol.2.

Forever Pavot and Melchior. Courtesy of Guillaume Dufour
Forever Pavot and Melchior. Courtesy of Guillaume Dufour

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La playlist di Forever Pavot per Linkiesta Etc.

«Questi brani hanno alimentato il mio immaginario e quello di Melchior, ispirando la dimensione elettronica del nostro album. Si tratta di artisti che condividono un approccio al suono libero, sperimentale e senza tempo, che ha profondamente influenzato il nostro modo di comporre».

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