La pace del vincitore o la pace vera della ragione?

Dalle reminiscenze omeriche, ricordiamo che l’Iliade termina con i funerali solenni celebrati per l’eroe troiano, Ettore; tuttavia, è bene richiamare alla memoria che la guerra non finisce quando Troia cade.
La guerra finisce quando il più forte, il vincitore, decide cosa deve sopravvivere e cosa, invece, deve sparire.
Ecco riapparire con tutta la sua dirompente potenza emotiva l’immagine dell’incendio di Troia: in primo piano ci sono i re greci, radunati sulle rovine ancora fumanti della città.
I greci avevano vinto, adesso toccava loro il compito di garantire la pace; non tralasciamo di considerare che ogni volta un vincitore usa la parola pace, è meglio stare attenti, perché significa, di solito, che qualcuno pagherà per quella pace imposta un prezzo che non ha scelto.
Ecco emergere il problema: Astianatte, il figlio di Ettore, un bambino, unico superstite che poteva dare speranza al futuro troiano; era lui, dunque, il problema.
Troia era stata eroica, grande, aveva saputo resistere dieci anni all’assedio della coalizione più potente mai vista in quel tempo; adesso, purtroppo, era diventata un cumulo di cenere, chi deciderà del futuro ora sta seduto nel campo greco.
Nessun troiano superstite è invitato a parlare; la pace non si negozia, va imposta!
Forse proprio per questa ragione la chiamano pace: chi ha vinto scrive le regole mentre chi ha perso le subisce.
Odisseo parlò per primo.
«𝑆𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜 𝑐𝑟𝑒𝑠𝑐𝑒𝑟𝑎̀, 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑒𝑟𝑎̀. 𝐸 𝑠𝑒 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑒𝑟𝑎̀, 𝑢𝑛 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑐𝑖 𝑠𝑓𝑖𝑑𝑒𝑟𝑎̀. 𝐺𝑒𝑡𝑡𝑖𝑎𝑚𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑚𝑢𝑟𝑎».
Non vi fu nessuna opposizione da parte dei greci: Agamennone non si oppone; Menelao non si oppone; Diomede non si oppone.
Andromaca, assegnata come schiava a Neottolemo, assiste inebetita in silenzio; questo è uno dei momenti più drammatici del mito troiano e mette in evidenza una cosa semplice: la pace dei vincitori non è vera pace ma controllo.
Allora Andromaca urla, si strappa le vesti, si getta ai piedi di Neottolemo; Ecuba, la madre di Ettore, è lì accanto; un tempo era regina della città più ricca d'Oriente, ora divenuta una vecchia schiava che guarda la scena senza poter fare niente.
Conscia di quello che stanno per fare al nipote, resta in silenzio, non per indifferenza ma per la sua impotenza totale.
La schiava non ha voce nel consiglio dei vincitori, la madre vinta non ha diritti sulla vita del figlio, la nonna che fu regina non ha più alcun peso politico.
Strappano Astianatte dalle braccia di Andromaca e lo buttano giù, o meglio, è Neottolemo che lo getta giù dalle mura; la scena è proprio quella, dalle mura di Troia un bambino cade nel vuoto.
I Greci lo definiscono «atto necessario».
Gli Dei assistono alla scena e tacciono.
Tutti gli altri regni, quelli che commerciavano con Troia, che ne rispettavano e temevano la potenza, che forse le dovevano qualcosa, non intervengono; già, non intervengono, in fin dei conti Troia è finita, la coalizione greca è troppo forte e ognuno ha i propri confini da difendere, meglio tacere, meglio fingere che non sia affar loro.
La struttura è sempre la stessa: il forte decide cosa può sopravvivere, gli alleati del forte tacciono per interesse, i vicini guardano altrove per paura, e la vittima scompare dal tavolo dove si discute il suo futuro.
La morte di Astianatte non può essere considerato soltanto un episodio minore della tradizione post-omerica, diventa piuttosto un avvertimento geopolitico di tremila anni fa ancora valido: quando la pace nasce dalla paura del futuro, diventa un ulteriore atto di guerra mascherato.
Chissà se questi pensieri attraversano i sentimenti dei contendenti odierni; se le preoccupazioni del raggiungimento della pace appartengono alla sfera emozionale degli uni e si compenetrano negli altri.
Non è facile capire le sottigliezze di un sentimento che si nutre di volontà egemoniche e che sulla forza militare fonda e consolida le proprie azioni. Dall’altra parte, rimane la tenacia di chi si sente discendere da un impero che seppe resistere a Mega Alexandros o ai Mongoli, riuscendo a conservare indenne la propria identità culturale e a trasmetterla alle future generazioni: Astianatte non è stato mai soppresso, i suoi geni si sono propagati tra le future generazioni e sono giunti, indenni, fino ai nostri giorni.
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