Mai così tante guerre al mondo dal 1945, sempre più interconnesse alla crisi climatica

I conflitti armati non distruggono solo vite umane: alimentano anche la crisi ambientale globale. E la crisi climatica, a sua volta, aggrava le condizioni che rendono i conflitti più probabili e più difficili da contenere. È il filo conduttore del workshop “Effetti antropici dei conflitti: la guerra e il suo impatto sul pianeta”, che si è al Dipartimento di Scienze dell’Università Roma Tre, con ospiti nazionali e internazionali collegati anche da remoto.
Il quadro da cui parte l’incontro è quello di un mondo attraversato da 56 conflitti attivi, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale. Sullo sfondo, un dato doppio: 97 Paesi hanno registrato un calo della pace e 92 risultano coinvolti in conflitti oltre i propri confini, segno di una crescente internazionalizzazione delle guerre.
Sul piano climatico, l’impatto dei conflitti cresce insieme alla loro durata e intensità. Nel primo anno di guerra in Ucraina le emissioni hanno raggiunto 120 milioni di tonnellate di gas serra, un volume paragonato a quello annuo di un Paese come il Belgio. Nello stesso contesto sono andati distrutti oltre 12.000 kmq di foreste e circa un terzo delle aree protette ha subito danni. A Gaza, dopo l’intensificazione del conflitto nell’ottobre 2023, le valutazioni preliminari Unep descrivono danni ambientali “senza precedenti”, con distruzione massiccia del suolo, inquinamento delle risorse idriche e nuove emissioni climalteranti. Già ora quasi il 40% dei terreni agricoli nel nord risulta distrutto, mentre 39 milioni di tonnellate di detriti – spesso contaminati da sostanze tossiche – aggravano ulteriormente il quadro.
«Complessivamente, le attività militari sono responsabili di circa il 6% delle emissioni globali di gas serra», riportano da Roma Tre. E i danni ambientali non riguardano certo soltanto l’atmosfera. In Siria, ad esempio, le operazioni militari hanno causato una riduzione del 30% della qualità dell’acqua.
La crisi climatica non resta a margine: entra nel cuore della sicurezza. Il rapporto 2025 dell’Institute for Economics & Peace lega l’irregolarità e la concentrazione delle piogge a un aumento della mortalità, fino a quattro volte maggiore rispetto alle regioni con clima più stabile. Nel 2024 i disastri naturali hanno provocato 45 milioni di sfollati interni in 163 Paesi, il valore più alto degli ultimi anni.
«I conflitti armati e la crisi climatica sono sempre più interconnessi, dando origine a un circolo vizioso che rende difficile affrontare separatamente le sfide della sicurezza e della sostenibilità globale», spiegano i docenti di Roma Tre che hanno promosso il workshop: «Per questo abbiamo ritenuto cruciale aprire, in ambito accademico, uno spazio di confronto interculturale sugli effetti antropici dei conflitti e sulla crescente militarizzazione delle risorse ambientali».
Tra gli ospiti intervenuti Doug Weir, direttore del CEOBS (Centre for Conflict and Environment Observatory), e Stuart Parkinson, direttore esecutivo di Scientists for Global Responsibility (SGR), due organizzazioni britanniche che collaborano con le Nazioni Unite nel monitoraggio degli impatti ambientali e climatici dei conflitti. Presente anche Naser Almhawish, della Syria Public Health Network, impegnata nello studio degli effetti dell’inquinamento delle falde acquifere durante il conflitto siriano.
«Ci auguriamo che questo rappresenti il primo passo verso una nuova consapevolezza e l’avvio di percorsi innovativi nella ricerca e nella didattica», concludono gli organizzatori.
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