La vera Sanremo esiste e si chiama Pigna

Febbraio 27, 2026 - 16:30
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La vera Sanremo esiste e si chiama Pigna

C’è un’altra Sanremo che si muove al di là dei lustrini, delle polemiche, della caccia ai cantanti. Una Sanremo che spesso è sconosciuta anche agli addetti al settore che da tanti anni presidiano il Festival, ma che non si muovono fuori da quel circuito-carrozzone delineato nei confini dal tappeto rosso del Teatro Ariston, dal Palafiori e dai dehors scintillanti di corso Matteotti.

C’è un’altra Sanremo che ti riempie gli occhi con la sua bellezza antica, le orecchie con una musica diversa e la bocca con sapori che sanno sviluppare curiosità. Una Sanremo che sale, che si avvita su sé stessa, che profuma di pietra antica e di basilico nei mortai. Benvenuti alla Pigna, il centro storico medievale, che con i suoi intrecci ingarbugliatissimi di carruggi si arrampica fino al Santuario della Madonna della Costa, come una spirale compatta, da cui, secondo molti, il nome. 

La Pigna è un’esperienza fisica prima ancora che estetica, e il consiglio è quello di aver polmoni ben allenati se avete (e dovreste avere) intenzione di inerpicarvi per questo piccolo gioiello ligure. Si entra da una delle porte storiche, come la Porta di Santo Stefano, e si viene inghiottiti in un dedalo di archi, scalinate ripide, sottopassi ombrosi. Le case si stringono l’una all’altra, in un’architettura difensiva che racconta secoli di incursioni saracene e di vita comunitaria serrata. Qui la città si è protetta, ha resistito, si è fatta verticale.

Nel Medioevo Sanremo era legata alla Repubblica di Genova, e la Pigna ne conserva ancora l’impianto urbanistico compatto, tipico dei borghi liguri. I vicoli stretti erano pura e semplice strategia militare. Oggi sono quinte teatrali naturali, attraversate da fili di panni stesi e da improvvise terrazze che si aprono sul blu del Mar Ligure.

Salendo, la vista si allarga. Dal sagrato del Santuario, lo sguardo abbraccia i tetti d’ardesia e scivola fino al porto. È un panorama che restituisce il senso geografico della città: alle spalle l’entroterra imperiese, davanti il Mediterraneo, in mezzo questo grappolo di case che sembra nato dalla roccia.

La Pigna che rinasce
Per anni la Pigna è stata raccontata come un luogo fragile, segnato dallo spopolamento e dal degrado. Ma negli ultimi tempi qualcosa è cambiato. Artisti, artigiani, piccoli ristoratori hanno riaperto spazi, laboratori, botteghe, nel tentativo di riabitare il centro storico senza snaturarlo. Tra i vicoli si incontrano atelier di ceramica, osterie intime dove la cucina ligure torna a essere domestica e stagionale, associazioni culturali che organizzano mostre e concerti. Qui, ad esempio, emerge la storia di Luigi Arieta, artista incredibilmente poliedrico che con la sua musica al Pigna Social Club riesce a creare davvero un anti-Sanremo durante la settimana della kermesse.

Luigi è nato in cucina, e non è un modo di dire: la sua famiglia è proprietaria di una delle osteria più antiche di questi vicoli, il Mulattiere, uno di quei luoghi che sembrano essersi fermati nel tempo, al di là delle mode, di quello che vuole il mercato e le sue tendenze. Trenette al pesto, con patate e fagiolini come vuole la liturgia locale. Il brandacujun, mantecato con pazienza, che profuma di mare e di olio buono. Le porzioni sono generose, le voci si accavallano, i bicchieri tintinnano. È una cucina che semplicemente si adagia sulla memoria e ha scelto di continuare a essere accoglienza. 

Tradizione che si nasconde tra le pietre e gli archi, ma anche rinascita di un quartiere che cerca una nuova identità. Alla Pigna c’è infatti uno dei bistrot più interessanti di tutta Sanremo, Babeuf, aperto da poco più di un anno, ma sulla strada giusta per conquistare la città dei fiori (sì, anche gli addetti ai lavori che durante il Festival si limitano a mangiare focacce e sardenaira). Tavoli ravvicinati, luci morbide, una cucina mediterranea che si apre ai confini mediorientali e magrebini, proprio a rimarcare l’essenza stessa di questo quartiere, crocevia di culture e identità gastronomiche diverse.

Anche i piatti sono fatti per essere condivisi, in un continuum che rimanda al concetto di comunità. E allora, la trippa è accompagnata dai ceci locali, ma profuma di spezie che ti portano lontano, il broccoletto arrostito sa di harissa, limone fermentato e labneh. Non c’è un piatto che sia fuori posto. Merito certo di tanti fattori: i prodotti vegetali che arrivano direttamente dall’azienda agricola avviata negli ultimi anni, un gruppo di amici che decidono di scommettere su un luogo dimenticato, una proposta che suona totalmente diversa, e forse impertinente per la città, da tutto quello che c’è qui intorno. 

Tommaso Sorgentone è un po’ l’artefice di tutto. Giovanissimo, scanzonato all’aspetto ma centrato sulle cose che contano. Dopo un’esperienza da Spazio di Niko Romito e alla Sala Bistrot di Milano, ha deciso di tornare a casa e per creare insieme ai suoi amici di sempre, Giulio Filippi, Giulio Cremieux e Francesco Scalarambis, il progetto di Babeuf, ma non solo. C’è anche il cocktail bar Piña Social Club (sì, quello dove suona Arieta) a suggellare quel patto di rinascita di quartiere. Da Babeuf si beve vino artigianale (per favore, smettiamola di chiamarli vini naturali), cantine di nicchia che trovano qui il giusto spazio. E anche birra artigianale buonissima, quella di un piccolo birrificio sanremese, il Nadir.

Eccolo ancora una volta che ritorna il concetto di comunità, del crescere insieme. E qui, si sente, si sente tanto. Perché se da Babeuf si mangia bene, si beve bene, quello che ti lascia addosso è qualcosa di più. È quella sensazione di sentirsi parte di qualcosa, di riuscire a creare relazioni. Siamo sicuri che sia la stessa sensazione delle persone che ci lavorano dentro, ma da ospiti è esattamente il ricordo che ti porti a casa. Non è forse questo il senso della cucina? 

L'articolo La vera Sanremo esiste e si chiama Pigna proviene da Linkiesta.it.

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