“L’America non è quella che vediamo nei feed”: Costa racconta gli Stati Uniti di Trump

«È un paese da 340 milioni di abitanti, più grande dell’Europa. Quello che accade lì ci dice delle cose, ma noi spesso trasformiamo singoli episodi in lezioni generali che non sono davvero fondate».
Francesco Costa parte da qui per raccontare gli Stati Uniti di oggi. Non dalle crisi, non da Trump, ma da un errore di prospettiva: quello di guardare l’America come un blocco unico, riducendola a una narrazione semplificata. «Se una persona francese o tedesca ci dicesse che l’Italia è Berlusconi, noi risponderemmo che non è così. Ecco, con gli Stati Uniti facciamo esattamente questo».
La distanza tra realtà e percezione
Il direttore del Post, intervistato dal direttore di Varesenews Marco Giovannelli, racconta un episodio recente, emblematico. «Ero in Texas, una settimana in giro tra periferie e zone rurali. Non ho visto nulla di quello che sembrava emergere dalle notizie. Se non me lo avessero detto, non mi sarei accorto di quello che stava succedendo altrove». Un’esperienza che non nega i problemi, ma li rimette in scala. «A Minneapolis in quei giorni c’era un’operazione militare enorme. Ma gli Stati Uniti non sono solo Minneapolis».
Il punto, insiste, è un altro: «Abbiamo una tendenza naturale a vedere nelle notizie la conferma delle nostre idee. E l’America, per la sua forza narrativa, amplifica questo meccanismo». È lo stesso meccanismo che porta – osserva – a dare enorme spazio a fatti che accadono negli Stati Uniti e molto meno a episodi analoghi che avvengono in Europa o in Italia.
Trump e la politica americana
Sul ritorno di Donald Trump, Costa – sotto gli occhi attenti del pubblico di Materia – invita a evitare letture superficiali. «I democratici non hanno perso perché Trump ha convinto tutti, ma perché molti americani non volevano votare loro». Un malcontento che ha pesato più della forza dell’avversario. «Per molti elettori Trump era il male minore».
E sulle scelte del presidente: «A volte si dice che Trump abbia sempre un piano. In realtà, a volte è proprio una scelta sbagliata. E spesso era anche prevedibile». In politica interna, però, il sistema continua a funzionare. «Il conflitto tra poteri è normale: il governo decide, l’opposizione fa ricorso, i tribunali intervengono. È la democrazia».
Le guerre e le conseguenze globali
Quando lo sguardo si sposta fuori dagli Stati Uniti, il quadro si fa più complesso. «La guerra in Medio Oriente, per ora, la sta vincendo la Russia». Una frase che Costa spiega con un elemento chiave: l’energia. «Con il petrolio sopra i cento dollari, la Russia sta facendo molti più soldi. Era in difficoltà, oggi respira».
E le conseguenze non restano lontane. «Quello che vediamo oggi sul prezzo della benzina non è niente rispetto a quello che potrebbe arrivare». Il rischio, sottolinea, è una crisi energetica più grave di quelle recenti, con effetti diretti sulle economie europee e sulla vita quotidiana.
Tecnologia, potere e guerra
Un altro passaggio centrale riguarda il ruolo delle grandi aziende tecnologiche. «Abbiamo una concentrazione di ricchezza e potere senza precedenti nella storia umana». Costa porta un esempio concreto: «La più grande campagna elettorale americana ha raccolto circa un miliardo e mezzo di dollari. Elon Musk ha speso 44 miliardi per comprare Twitter. È un’altra scala».
Una potenza che si traduce anche in strumenti sempre più sofisticati, utilizzati per l’analisi dei dati, la sorveglianza e persino le operazioni militari. «Sono tecnologie che i governi usano e che noi conosciamo solo in minima parte».
Informazione e realtà parallele
Il nodo più profondo, però, riguarda l’informazione. «Non abbiamo più un set comune di fatti su cui essere d’accordo. E senza quello, tutto il resto diventa conflitto». Costa individua una responsabilità precisa: «La scuola e l’informazione dovrebbero dare il contesto, non solo raccontare cosa succede». E denuncia una deriva: «Funziona di più alzare i toni, dire che è tutto finito, che viviamo in un posto pericoloso. Ma spesso non è così».
Sicurezza e percezione
Un esempio concreto è quello della sicurezza. «Oggi viviamo in paesi molto più sicuri di prima, ma lo percepiamo al contrario». Una distorsione alimentata anche dai nuovi strumenti digitali. «I social sono progettati per tenerci lì qualche secondo in più. E in quei secondi vediamo soprattutto ciò che ci colpisce e ci spaventa».
L’Europa spettatrice
Sul ruolo dell’Europa, Costa è netto: «Siamo diventati commentatori. I protagonisti sono altri». Il problema è strutturale. «Abbiamo costruito un sistema in cui per decidere serve l’unanimità. Così non si decide mai». Eppure, le potenzialità restano enormi. «Se fossimo davvero uniti, saremmo una potenza più forte di Stati Uniti e Cina. Ma non abbiamo voluto fare quel passo».
Il giornalismo e la comunità
In questo scenario, Costa rivendica un’idea diversa di informazione, quella costruita con il Post. «Non cerchiamo solo lettori, ma una comunità». Un rapporto fatto di fiducia e partecipazione. «Rispondiamo alle mail, spieghiamo le scelte, ascoltiamo chi ci legge». Un modello che, sottolinea, rappresenta anche una possibilità per il futuro del settore. «Non è l’unico, ma dimostra che un altro modo di fare giornalismo può funzionare».
Capire il presente
Alla fine, il filo che tiene insieme tutto è uno: la necessità di cambiare sguardo. «Il problema non è solo quello che succede», conclude Costa. «È come lo guardiamo».
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