L’assassinio di Olof Palme, e la descrizione di un attimo che ha cambiato la Svezia

Febbraio 28, 2026 - 23:00
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L’assassinio di Olof Palme, e la descrizione di un attimo che ha cambiato la Svezia

È riduttivo definire convulsi i momenti che seguono i due colpi con cui l’assassino ferisce mortalmente Olof Palme e di striscio la moglie Lisbeth. La maggior parte dei testimoni oculari conferma che si tratti di un uomo, con un vestito scuro, forse blu, un adulto, qualcuno riesce a dare un’età indefinita che va dai trenta ai cinquant’anni. Forse ha un cappello, forse ha una borsa a tracolla. Non tutti i testimoni oculari raccontano di aver sentito dei colpi di pistola. Anna Hage, la ragazza che per prima soccorre Palme, era in macchina al momento degli spari. Dentro la vettura la musica era alta e non ha sentito nulla, ha solo visto un uomo cadere a terra.

Hans Holmer, l’uomo che prenderà in carico le indagini a partire dal giorno successivo, sostiene che un uomo faccia cenno all’assassino dall’altro capo della strada poco prima che arrivino i colpi, per poi dileguarsi, dopo avergli fatto comprendere che l’auto per la fuga è nelle vicinanze. Questa parte, però, è altamente discutibile e si basa su assunti che, successivamente, verranno provati non corretti. Holmer verrà ampiamente analizzato nei capitoli successivi, riguardanti l’anno che segue l’omicidio. Bisogna però tornare al momento in cui si sono appena verificati gli spari.

Anders Björkman, l’uomo più vicino al luogo del delitto, riferisce di aver sentito dei colpi simili a quelli dei petardi e di essersi nascosto all’interno del portone del negozio Dekorima in preda alla paura. Björkman, per quanto vicino alla scena del crimine, è piuttosto brillo, sicuramente molto spaventato e non è in grado di fornire una versione troppo dettagliata.

Lisbeth Palme sostiene che l’assassino abbia uno sguardo quasi sorpreso e il volto paffuto, i pantaloni scuri e una giacca blu. Quasi certamente, ha confuso l’assassino con Anders Björkman, che camminava dietro la coppia e in quel momento era ancora visibile prima di nascondersi, ma è possibile che Lisbeth, nella confusione, abbia individuato un altro testimone, Lars Jeppsson, che sta arrivando dalla parte pedonale di Tunnelgatan.

I testimoni sostengono che, oltre all’assassino, ci sia stato un altro uomo rimasto a guardare Lisbeth per qualche secondo. Lei lo implora, ma lui fa cenno di no con la testa e si allontana.

Questa scena però, Lisbeth non la ricorda distintamente, perché in quel momento ha una reazione isterica e i secondi immediatamente successivi agli spari sono un black-out.

Ovviamente questo è comprensibile, però complica non poco la situazione sia per Anna Hage che per Stefan Glantz, che non ha assistito alla scena, ma è uscito dal taxi di Hans Johansson dopo aver visto un uomo a terra. Glantz è l’uomo che, nella testimonianza della giovane, pratica la respirazione bocca a bocca ad Olof Palme.

La testimonianza più preziosa di quei momenti, però, è un’altra: l’insegnante di musica ventinovenne Inge Morelius è alla guida di una Opel Rekord ferma al semaforo al lato opposto rispetto alla parte pedonale di Tunnelgatan e vede la scena per intero da una distanza di circa quindici metri: l’assassino è appoggiato alla vetrina di Dekorima, aspetta che la coppia si avvicini, forse scambia qualche parola con i due, mette una mano sulla spalla di Palme e spara due colpi. Morelius è sicuro del fatto che l’uomo fosse più alto di Olof Palme, che fosse alto un metro e settantacinque e sostiene di averlo notato sostare nei pressi della vetrina qualche minuto prima dell’arrivo della coppia.

Anders Delborn è alla guida di un taxi, assiste alla scena mentre osserva il traffico attorno a lui ed è il secondo a chiamare i soccorsi attraverso la radio operatrice dell’azienda per cui lavora. Lui nota in particolar modo un dettaglio dell’arma, e cioè la canna lunga della pistola, elemento che contribuirà a rafforzare l’ipotesi che si trattasse di una Smith&Wesson, calibro 357 magnum. Delborn non vede l’assassino in faccia, ma nota la presenza di un berretto.

L’operatrice del servizio taxi, a sua volta, telefona alla polizia, la telefonata viene presa in carico dal poliziotto Ulf Helin, che invia una volante sul posto, ma non mantiene il contatto telefonico con l’operatrice, perdendo minuti preziosi.

Lars Jeppsson, invece, arriva da un pub e si trova nella parte pedonale di Tunnelgatan, ma, a differenza di Björkman, è sobrio. La sua descrizione corrisponde all’incirca a quella fornita da Lisbeth Palme: è un uomo paffuto, è alto poco più di un metro e sessanta, quindi completamente diverso da come il killer è stato descritto dagli altri, in primis Morelius, e dalle analisi balistiche che stabiliscono come l’assassino fosse più alto di Palme, quindi un uomo di almeno uno e ottanta. Jeppsson ha trascorso la serata con gli amici e deve ancora decidere se rimanere in giro o tornare a casa, ha appena attraversato Luntmakargatan ed ha svoltato su Tunnelgatan. Sente i due colpi, anche lui pensa siano petardi, poi però vede una donna che inizia a urlare e osserva l’assassino fuggire verso di lui. Si nasconde per quello che lui percepisce essere circa un minuto dietro un container, dato che la scalinata che sovrasta Tunnelgatan è parzialmente coperta dalle impalcature dei lavori in corso. Jeppsson non vede il killer in volto, ne intravede solo la sagoma, ma lo sente salire le scale sopra la galleria. Sono ottantanove scalini ripidi, che difficilmente una persona non allenata può fare in meno di sessanta secondi. Jeppson prova a rincorrere l’uomo, ma riesce solo ad osservarlo in lontananza mentre dribbla alcune auto parcheggiate e lo perde di vista.

Quando Jeppsson raggiunge la cima delle scale, ha quindi accumulato almeno un minuto di ritardo rispetto all’assassino. L’uomo, che di mestiere è archivista comunale, incontra Yvonne Nieminen e Ahmed Zahir, una coppia di ritorno da un appuntamento, ai quali chiede se abbiano visto qualcuno fuggire. La risposta è positiva, perché loro arrivano da David Bagares Gata e hanno appena incrociato un uomo mentre si guardava alle spalle e maneggiava una borsa, come se stesse cercando di prendere o nascondere qualcosa. La descrizione che Nieminen e Zahir forniscono corrisponde a quella di Inge Morelius.

Leif Ljungkvist, quarantenne, è un imprenditore edile alla guida di una Chevrolet e sta accompagnando un amico a prendere i figli vicino alla stazione. Ha sentito i colpi di pistola, assistito alla scena e fatto inversione con l’auto. Lui e Karin Johansson, l’amica con cui Anna Hage è andata al cinema, provano a cercare di calmare Lisbeth Palme, invano.

Alle 23 e 22 e 20 secondi, poco meno di un minuto dopo l’attentato, avviene la prima telefonata, la fa Leif Ljungkvist con il suo telefono cellulare, e questa è una circostanza decisamente insolita, considerata la rarità dei telefoni cellulari nel 1986. Ljungvist chiama il 90000, il numero unico per le emergenze. Risponde la centralinista che indirizza la chiamata alla polizia. Dopo alcuni squilli, durante i quali nessuno risponde, Ljungkvist riaggancia.

Questo lo sappiamo perché il centralino per le emergenze e quello del pronto intervento hanno conservato una registrazione delle conversazioni telefoniche. L’intera sequenza, della durata di circa mezz’ora, è di dominio pubblico.

Una prima auto della polizia arriva alle 23:23, ma non è allertata telefonicamente: la vettura arriva perché un tassista, fermo su Kungsgatan, dopo aver sentito l’allarme lanciato via radio da Delborn, intercetta una pattuglia e indirizza i poliziotti verso il luogo dell’omicidio. A venti secondi di distanza, arriva una camionetta della polizia, allertata da Ulf Helin, con a bordo quattro uomini capitanati da Kjell Östling. Gli agenti si dirigono verso la scalinata alla ricerca dell’assassino. Uno di loro, però, ha appena bevuto una lattina di Coca Cola e, dopo aver corso lungo Tunnelgatan, si ferma prima di salire il primo scalino e vomita.

Poco dopo giunge anche un’ambulanza, e anche questa è una casualità: il personale stava per prendersi una pausa e andare a mangiare qualcosa, ma viene intercettato dal gruppo di persone che si è radunato attorno ai Palme. Pochi secondi dopo arriva anche l’ambulanza allertata dal centralino.

Fino a quel momento, nessuna delle persone attorno aveva realizzato chi fosse la vittima.

Solo quando Gösta Söderström, il primo poliziotto intervenuto sul posto nella vettura allertata dal taxista, cerca di tranquillizzare la donna e le chiede l’identità, riceve una risposta che non immaginava di poter ascoltare. «Ma è stupido? Non mi riconosce? Sono Lisbeth Palme. E lui, quello per terra, è mio marito Olof!».

Tratto da “L’assassinio di Olof Palme”, di Enrico Varrecchione, 6 euro, 307 pagine.

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