Le campane annunciano la risurrezione
Com’è tradizione nella veglia di Pasqua, dopo il canto del “Gloria”, le campane di tutte le chiese piccole e grandi, sparse in tutto il mondo, annunciano ad ogni angolo della Terra, che Gesù è risorto”. Il “Gloria” è uno degli inni più antichi e conosciuti della tradizione cristiana. Le sue origini risalgono ai primi secoli, probabilmente tra il II e III, come ampliamento del canto angelico, narrato nel Vangelo di Luca. Inizialmente il “Gloria” veniva cantato solennemente nella liturgia orientale e poi fu adottato in quella occidentale.
Le campane da secoli hanno risuonato e risuonano ancora in villaggi, paesi e città, scandendo il ritmo e il tempo della vita umana e spirituale. In Occidente, la “nascita” ufficiale della campana moderna è legata alla regione italiana della Campania da cui il nome. La tradizione attribuisce l’invenzione a San Paolino di Nola (IV-V secolo d.C.) il quale, per richiamare i fedeli alla preghiera, avrebbe introdotto l’uso di grandi vasi di bronzo prodotti dagli abili artigiani locali. Tuttavia, i primi esemplari erano rudimentali lastre di ferro battuto e rivettato. Storicamente, non esiste una “singola campana” fisica superstite che detenga il primato assoluto, poiché nel primo millennio si usavano spesso i “semantron” assi di legno percosse con martelli, ancora usate in alcuni monasteri ortodossi. Tuttavia, la tradizione simbolica vuole che le prime campane a “sciogliersi” e tornare a suonare dopo il silenzio del Venerdì Santo, siano state quelle delle comunità cristiane della Campania e del Lazio tra il V e il VI secolo. Fu proprio in quel periodo che il Papa ufficializzò l’uso delle campane per segnare le ore canoniche e la Pasqua, trasformando il bronzo nel messaggero ufficiale della vittoria sulla morte. C’è da aggiungere che il fondere una campana era un evento sacro. Il mastro fonditore gettava nel metallo fuso monete d’oro o reliquie, mentre i monaci pregavano affinché il bronzo non si incrinasse durante il raffreddamento. Nel Medioevo le campane si diffusero in tutta Europa. Le cattedrali e le parrocchie, iniziarono a installare grandi campane di bronzo nei campanili, non solo per le celebrazioni religiose, ma per annunciare eventi significati, avvertire di pericoli o festeggiare le vittorie.
Il loro suono è come un linguaggio che arriva nell’orecchio dell’uomo. Per molti, il loro rintocco rappresenta qualcosa di più profondo: la voce di Dio, che si diffonde nell’aria, capace di raggiungere ogni cuore. E soprattutto nei momenti di festa, come nelle solenni celebrazioni religiose, il suono delle campane, da quelle più piccole a quelle più grandi, è qualcosa di gioioso, allo stesso tempo, è un richiamo a vivere qualcosa di coinvolgente e qualcosa che unisce. Se pensiamo alle campane come la “voce di Dio”, è un modo per esprimere il compito, che le campane stesse hanno avuto e il significato, per intere generazioni. Basterebbe ricordare che in un tempo, quando non esistevano i mezzi di comunicazione moderni e attuali, erano proprio i campanili delle chiese, a richiamare la gente e i fedeli in particolare, alla preghiera. Il loro suono, era e diventava, un invito a fermarsi, a riflettere e a rivolgere soprattutto lo sguardo verso qualcosa di più grande e forse qualcosa… di infinito. E’ vero che ogni singola persona può interpretare il suono caratteristico e unico delle campane, come un momento di consolazione, di memoria, mentre per altri è l’annuncio di pace, e sarebbe bello sentirlo al più presto, visto che l’uomo ultimamente preferisce la guerra.
Potremmo affermare che il rintocco delle campane, non ha bisogno di parole, ma quella è una “melodia”, che comunica più di tanti messaggi che ogni giorno invadono la nostra mente. In quel suono antico, c’è sicuramente qualcosa che supera il tempo e le stagioni, che vuole continuare a parlare all’uomo contemporaneo. Una voce che non si vede, ma che si fa sentire, la voce di Dio.
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