Amy Levad: teologa, mamma, e volontaria in incognito
Continua il viaggio alla scoperta delle persone che stanno dando corpo e vita al movimento No Kings negli Stati Uniti. Si tratta di dodici ritratti di altrettanti punti di riferimento della società civile di Minneapolis e Saint Paul, le twin cities che, dalla rivolta anti Ice in avanti, stanno riscrivendo la storia dell’attivismo civile negli Usa. Gli articoli sono tratti dal numero di VITA magazine di aprile intitolato “Minneapolis, l’America dopo Trump”. Le interviste sono di Doriano Zurlo, le foto di Stefano Rosselli e Doriano Zurlo, inviati a Minneapolis per VITA. Qui il primo ritratto: Andrew Schumacher Bethke, insegnante di storia e patroller
Docente universitaria e autrice di saggi che esplorano le potenzialità della giustizia riparativa, co-fondatrice di una piattaforma che si propone di smantellare il suprematismo bianco (breakdownwhiteness.org), e mamma, Amy Levad, nonostante i numerosi impegni, non si è sottratta al compito di aiutare gli altri. Con i genitori dei ragazzi che vanno nella stessa scuola pubblica frequentata dai figli, ha dato vita a una rete di assistenza spontanea. Scopo: aiutare le tante famiglie che, nei mesi più folli di “occupazione” delle Twin Cities da parte dell’Ice, si erano barricate in casa per la paura di essere arrestate e deportate. La rete ha operato nell’anonimato più assoluto, usando pseudonimi e scambiandosi messaggi su Signal.
Lei insegna teologia in una prestigiosa università cattolica, ma è anche una mamma…
Sì, io e mio marito insegniamo entrambi, e abbiamo due figli, una quattordicenne e un dodicenne. Mio marito è uno storico della Chiesa e nel 2025, per il 1700° anniversario del Credo Niceno, ha viaggiato molto, anche in Italia, per tenere conferenze e lezioni.
Cosa mi dice delle persone a cui ha portato da mangiare?
In realtà non so molto della famiglia a cui ho portato il cibo. E questo fa parte della segretezza e della privacy necessarie per proteggerli: meno so, meglio è per loro. So che sono di origine latinoamericana, ma non so esattamente di dove. So che ci sono dei figli e due genitori. Sono incredibilmente grati. La mia sensazione è che siano persone molto lavoratrici, per le quali ricevere cibo è molto difficile, quasi un’onta. Non è il modo in cui vorrebbero avere le cose. Vorrebbero lavorare per guadagnarsele. Sono pieni di dignità, e quella dignità viene loro tolta. È molto triste. Ho avuto un incontro con il padre la settimana scorsa. Mi ha detto solo: «Mia moglie mi ha chiesto di dirti che se un giorno avrai bisogno di qualcosa, chiamaci». Sono grati. Ha aggiunto: «Se hai una gomma a terra, se hai bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa». Il suo desiderio di ricambiare era commuovente.
Molte famiglie sono ancora nascoste…
La paura è tanta. È vero che l’organico dell’Ice è passato da 3mila agenti a circa 8/900. Ma le operazioni non si sono fermate. Sono solo meno alla luce del sole. Può ancora capitare di essere prelevati per strada e venire spediti in Texas, o in Nebraska, anche se sei un immigrato regolare, o in attesa di regolarizzazione.
Tutta questa segretezza, l’uso di pseudonimi nelle comunicazioni, per una attività che non ha nulla di sedizioso, non è un po’ esagerato?
Durante la consegna del cibo dobbiamo sempre disattivare la geolocalizzazione, disattivare il Bluetooth, mettere il telefono in modalità aereo. Perché hanno tracciato le persone tramite il segnale dei telefoni. Prima di arrivare a casa della famiglia a cui consegno il cibo, io guido molto, giro tanto, per vedere se qualcuno mi segue dal supermercato. Inoltre, quando consegniamo cibo, non dovremmo usare le stesse auto con cui partecipiamo alle proteste o alle ronde. Quando consegno, entro ed esco velocemente per non attirare l’attenzione. L’Ice ha seguito persone fuori dai supermercati sospettate di consegnare cibo, e per questo ho dovuto rendere gli scambi con la famiglia che assisto brevissimi.
Com’è la composizione dei network solidali? Omogenea, del tipo cattolici con cattolici, musulmani con musulmani?
No, direi che c’è molta cooperazione, molto incrocio. Il collante non è tanto l’identità religiosa o etnica, ma i luoghi e le istituzioni che facilitano l’azione. Io sono cattolica, ma faccio da collegamento tra il mio gruppo e una chiesa luterana vicina, perché conosco il pastore. Se la rete scolastica ha bisogno di qualcosa, contatto la chiesa e coordino. C’è molto di questo: reti informali tra gruppi diversi. Chiese e moschee. A Minneapolis c’è perfino un sex shop, si chiama Smitten Kitten, diventato un centro di organizzazione del mutuo aiuto. Le loro pagine Facebook e Instagram sono incredibili: collaborazioni che non ti aspetteresti.
In apertura Amy Levad, professoressa associata di Teologia al College of Arts and Sciences della University of St. Thomas, un’università cattolica di St. Paul
(foto di Stefano Rosselli)
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