Due settimane in America per misurare il disordine strategico

Aprile 9, 2026 - 00:00
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Due settimane in America per misurare il disordine strategico

Nelle ultime due settimane sono stato negli Stati Uniti, tra Washington, San Francisco e Houston, per provare a capire la politica estera americana e, in particolare, la postura nella competizione strategica con la Cina. Il viaggio non ha prodotto certezze, raramente i viaggi le producono. Ma ha chiarito alcune linee di frattura che nei commenti a distanza tendono a sfumarsi.

La logica China-first e i suoi limiti
Quelli che provano a trovare una strategia coerente dietro le mosse del presidente Donald Trump ricollegano tutto a Pechino. L’operazione contro Nicolás Maduro in Venezuela e la guerra con Israele contro l’Iran sarebbero due eventi che indeboliscono altrettanti Paesi con cui la Cina intrattiene relazioni strategiche (energia, commercio e posizionamento geopolitico) e segnalano la volontà di Washington di riaffermare la propria influenza nelle regioni che contano per la proiezione cinese. I dazi, in questa lettura, non sono protezionismo difensivo ma strumento attivo di decoupling: separare le catene di approvvigionamento, alzare il costo dell’interdipendenza, costringere i partner a scegliere. Gli Stati Uniti riaffermerebbero così la loro deterrenza («Pace attraverso la forza») anche in chiave Taiwan, nonostante i comunicati ufficiali di Washington lascino sistematicamente spazio a interpretazioni che includono la possibilità di un accordo con Pechino, la quale considera l’isola una propria provincia ribelle. È una logica interna plausibile. Vacilla però quando si inserisce una variabile che non si lascia ridurre allo schema: la Russia.

La variabile Russia
La guerra russa in Ucraina procede da oltre quattro anni anche grazie al sostegno strategico della Cina (tecnologia dual-use, componenti elettronici e scudo diplomatico). Eppure, l’amministrazione Trump ha adottato verso Mosca una postura di dialogo che stona con la narrazione China-first. Il paradosso non è solo retorico: un cessate il fuoco in Ucraina negoziato senza garanzie credibili per Kyjiv potrebbe consolidare l’asse sino-russo invece di indebolirlo, offrendo a Mosca respiro strategico e a Pechino la conferma che la coercizione paga. Non è detto che questa sia la traiettoria, ma è il rischio che diversi interlocutori a Washington descrivono con una certa preoccupazione, anche tra chi non è ostile all’amministrazione.

A proposito, uno degli incontri più utili del viaggio è stato con un ex funzionario che si è occupato di sicurezza nazionale per quasi quarant’anni. La sua tesi è controcorrente rispetto al consenso dominante: la Cina non è la principale minaccia alla sicurezza nazionale americana. Lo è la Russia. Il ragionamento merita di essere riportato con precisione. Mosca è una potenza in declino strutturale – demografico, economico e tecnologico – con l’arsenale nucleare più grande al mondo e una dottrina che abbassa esplicitamente la soglia del suo utilizzo. Una combinazione che la rende più pericolosa della Cina, attore razionale con orizzonti lunghi, forti incentivi a preservare l’ordine economico internazionale e una leadership che calcola prima di muovere. La Cina vuole erodere l’egemonia americana; la Russia, in modalità sopravvivenza, ha dimostrato disponibilità a operazioni cinetiche sul suolo Nato, interferenze infrastrutturali e signaling nucleare coercitivo – abbastanza credibile, ripetuto, da condizionare più volte le scelte di Washington sull’Ucraina. Il rischio sistemico non è la sostituzione dell’ordine internazionale, obiettivo cinese di lungo periodo, ma un’escalation irreversibile innescata da una potenza che, perdendo capacità convenzionale, diventa proporzionalmente più dipendente dall’opzione nucleare. Una potenza in ascesa gestisce il rischio; una potenza che sente di perdere può smettere di farlo.

L’Europa ai margini
A questo punto del ragionamento arriva l’Europa, che vede la Russia come la principale e più immediata minaccia alla propria sicurezza – e che ha ragione a farlo, per ragioni geografiche prima ancora che strategiche. Il problema è che l’Europa appare spesso assente, o ai margini, nelle conversazioni americane sulla competizione con la Cina, nonostante la sua rilevanza su dossier che per Washington sono urgenti: semiconduttori e intelligenza artificiale, ma anche catene di approvvigionamento tecnologiche. Asml, il monopolista olandese delle macchine per la litografia Euv senza cui i chip avanzati non esistono, è un asset europeo – ma il controllo sulle esportazioni verso la Cina è stato negoziato essenzialmente in funzione degli interessi americani, con l’Aia che ha seguito Washington più che interpretato una propria strategia autonoma. L’Europa è spesso un campo di battaglia della competizione tecnologica, raramente un soggetto che la orienta.

Il divario sulla sicurezza economica
Uno degli elementi strutturali del divario transatlantico riguarda il concetto stesso di sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti la sicurezza economica ne è una componente consolidata: il Comitato sugli investimenti esteri degli Stati Uniti (Cfius) esamina gli investimenti stranieri nelle infrastrutture critiche, il Federal Bureau of Investigation collabora sistematicamente con le imprese per il contrasto allo spionaggio industriale: il caso LinkedIn, con la Cina che usava la piattaforma per reclutare fonti tra i funzionari americani, è diventato un caso di studio nei corsi di controspionaggio. Nei campus universitari sono stati inseriti esperti di sicurezza della ricerca per contrastare la penetrazione di attori ostili, come la Cina appunto, nei laboratori scientifici. È l’applicazione concreta di un approccio whole-of-government, e in alcuni settori whole-of-society, che gli Stati Uniti hanno sviluppato in risposta alla consapevolezza che la competizione strategica si gioca anche nei brevetti, nelle università e nelle infrastrutture digitali.

In Europa questa maturità non si è ancora affermata pienamente. Un percorso è iniziato: la risposta alla pandemia ha accelerato il dibattito sulle dipendenze strategiche, l’invasione russa dell’Ucraina ha costretto a ragionare su energia e difesa. Ma rimane frammentato, privo di un coordinamento paragonabile a quello americano, e spesso rallentato dalla difficoltà di tradurre la categoria di sicurezza economica in politica concreta.

Colpisce anche l’ecosistema dei think tank: non istituzioni decorative ma nodi attivi del processo decisionale, i cui ricercatori ruotano tra accademia, agenzie e Congresso con una fluidità che in Europa rimane l’eccezione.

Il problema del Consiglio per la sicurezza nazionale
C’è, infine, un problema specifico e concreto che diversi interlocutori a Washington descrivono con preoccupazione crescente: il Consiglio per la sicurezza nazionale, la struttura della Casa Bianca deputata a coordinare la politica tra le agenzie, funziona male. Meno di un anno fa, dopo meno di tre mesi dall’insediamento, Mike Waltz è stato rimosso da Trump in seguito alla vicenda della chat su Signal su cui erano state condivise informazioni classificate – tra gli altri, con un giornalista inserito per errore nella conversazione. Trump lo ha poi nominato rappresentante permanente alle Nazioni Unite, incarico prestigioso ma lontano dal centro decisionale. Da allora Marco Rubio, segretario di Stato, ha assunto l’interim come consigliere per la sicurezza nazionale. Ha drasticamente ridotto il personale del Consiglio per la sicurezza nazionale, limitando la capacità della struttura di riunire le agenzie federali per elaborare le politiche in modo coordinato. Le decisioni più rilevanti vengono prese direttamente alla West Wing da Trump e da una cerchia ristretta di consiglieri, senza un processo di pianificazione strategica riconoscibile. Questo ha lasciato funzionari e agenzie impreparati ad affrontare sia la guerra in Iran sia altre crisi: nessuno ha gli incentivi, né gli strumenti istituzionali, per agire autonomamente. Il risultato è un governo che spesso reagisce agli eventi più che anticiparli – il contrario di ciò che una competizione strategica di lungo periodo richiederebbe.

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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