Il multilateralismo è finito, ma con il plurilateralismo l’Europa può e deve continuare ad essere un riferimento
Bruxelles – “Viviamo in un’epoca di estremi. Visioni contrapposte e fenomeni radicali creano un senso di incertezza che sta rapidamente compromettendo la capacità degli Stati e delle classi dirigenti di governare il cambiamento”. Sono le prime due righe della quarta di copertina di “Estremi, il Mondo in bilico tra caos e polarizzazione” (Guerini e Associati, 172 pagine, 22 euro) e c’è n’è già abbastanza per confermare l’ansia nella quale almeno i più accorti tra i cittadini del Mondo stanno vivendo questi anni. Però non finisce qui, e non deve per forza finir male. E’ quello che spiega Gianluca Ansalone, in un saggio (impreziosito dalla prefazione di Francesco Rutelli) nel quale, oltre alla necessaria analisi, lo sforzo creativo e di ricerca è concentrato sulle possibili risposte.
Ne abbiamo parlato con l’autore, che nella sua vita ha svolto incarichi istituzionali presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (CoPaSiR) e la Presidenza della Repubblica. È docente di Geopolitica e Strategia presso il Campus Biomedico e la Scuola Ufficiali Carabinieri.
Eunews: “Estremi” mette in guardia dai rischi delle ideologie estreme, che si contrappongono per loro natura e non possono che portare ad una situazione di conflitto permanente. Ma quali sono questi Estremi, quali sono le idee che li caratterizzano e alle quali bisogna guardare, per lo meno, con prudenza?
Gianluca Ansalone: La polarizzazione è la cifra di questo cambio d’epoca. Qualsiasi sia il fenomeno, siamo purtroppo immersi in una costante contrapposizione tra curve, che fa sentire i militanti dei due schieramenti “al fronte”. Nel libro ne analizzo sei, dal cambiamento climatico alla demografia, dal ritorno della guerra al ruolo delle piattaforme tecnologiche, dalla religione al ruolo cruciale della comunicazione. In tutti questi casi, posizionarsi sugli estremi sembra essere una strategia vincente, dopo un’epoca in cui il massimalismo è stato piuttosto marginale. Parlare alla pancia degli elettori è estremo, contemplare l’uso dell’arma atomica è estremo, rifiutare la gestione di un fenomeno come quello delle migrazioni massa è estremo. Testare robot umanoidi guidati dall’intelligenza artificiale per combattere in guerra è estremo. Gli esempi che cito sono numerosi ma il dato comune è uno solo: abbiamo smesso di occuparci della cosa pubblica e siamo diventati seguaci di pensieri quasi settari.
E.: Il libro esce in questi giorni, nel pieno manifestarsi del “fenomeno Trump”. Non si può non parlarne, anche se questo tipo di “estremo” sembra essere un’accozzaglia di fedi religiose interpretate in maniera assolutista, di un sentimento di prevalenza degli USA sul resto del mondo basato esclusivamente sulla forza, dove l’ideologia – se non quella di arricchirsi, soprattutto personalmente – non sembra avere altri contenuti. È insomma, il fenomeno statunitense, l’esplosione, la destrutturazione finale dell’estremismo politico?
G.A.: Ne è senz’altro lo stadio più avanzato. La politica ha smesso di fare la politica quando ha preferito inseguire i “mi piace”, quando cioè ha smesso di guidare per seguire piuttosto gli umori degli elettorati. La parola dell’anno del 2025 secondo il dizionario di Oxford è stata “rage bait”, ovvero un contenuto creato appositamente per suscitare rabbia e indignazione. Questo è ciò che fanno gli algoritmi: dividere e polarizzare. La politica non ha più alcun interesse a cucire ma trova più conveniente cavalcare questa rabbia, magari per offrire protezione. Donald Trump capisce, interpreta e sublima tutto questo: le ansie degli ex colletti blu, licenziati dalle fabbriche, quelle degli ex colletti bianchi, finiti in disgrazia per la crisi economica e messi ai margini dall’iperinflazione, quella degli immigrati regolari che per paradosso temono un’ondata di arrivi irregolari. In giro per il mondo le ricette si assomigliano molto a ben guardare. Lo ha ben raffigurato il Time magazine con una bella copertina fatta di cappellini rossi e da una serie di “Make Nigeria great again” o “Make Turkey great again”. Quindi attenzione a non confondere i sintomi con il fenomeno. Trump è la manifestazione più esplicita di una radicalizzazione della risposta politica alla complessità di un mondo che si va scomponendo ma di cui non si intravede ancora un nuovo disegno.
E.: A suo giudizio, porre la Pace come valore assoluto, da perseguire ad ogni prezzo, è anch’esso un estremismo?
G.A.: Di certo non lo dico io ma eminenti Dottori della Chiesa, a cominciare da Agostino. La pace assoluta non esiste e non potrà esistere senza un livello adeguato di deterrenza e di difesa. Non ho titolo per entrare nel merito dottrinale o etico delle questioni della pace e della guerra. Ma nella dottrina delle relazioni internazionali bisogna prendere atto che l’arena globale è per definizione conflittuale, che gli Stati combattono per garantirsi spazio, risorse, potere. L’era della pace che ci ha accompagnati per settant’anni è finita per sempre. Dobbiamo dirlo senza nostalgia ma senza abbandonarci alla disperazione, sentimento altrettanto estremo. Come cerco di suggerire nel volume, a mali estremi dobbiamo contrapporre rimedi pragmatici. I decenni che ci aspettano ridefiniranno il pianeta attorno a sfere d’influenza. Spetta a noi il compito di promuovere e decidere quale posto vogliamo e possiamo occupare. L’Europa ha ancora molto da dire e da fare. Proprio per questo dobbiamo rafforzare le nostre capacità di difesa comune e non smettere mai di affermare la necessità di un mondo fatto di regole e vincoli reciproci. La fine del multilateralismo non è necessariamente l’anarchia o il caos, ma può essere un plurilateralismo in cui potenze di medie dimensioni e con un’agenda comune continuano a collaborare. In questo l’Europa può e deve continuare ad essere un riferimento.
E.: Lei raccomanda il “pragmatismo”. Ma è questo un valore oggettivo, è sempre la stessa cosa, riconoscibile da tutti e sulla quale dunque, con buona volontà, si possono trovare accordi stabili?
G.A.: Senz’altro è innanzitutto un metodo, un modo che non vuole affatto suonare “furbo”. Non si tratta di

mettere in campo soluzioni intermedie di fronte all’avanzare degli estremi e degli estremismi. Piuttosto servono risposte radicali e pragmatiche al contempo. Io sono favorevole alla costruzione di un grande muro di protezione da migrazioni di massa, purché abbia un grande cancello pronto ad aprirsi in base alle esigenze, vista la nostra demografia ormai congelata. Sono favorevole all’utilizzo di qualsiasi forma di energia, dalle rinnovabili al nucleare, purché serva a temperare il rischio di una catastrofe ambientale. Vorrei occuparmi di come costruire le città del futuro, che dovranno convivere con una temperatura media molto più elevata di oggi, di come destagionalizzare tutte le nostre attività, visto che i tre mesi centrali estivi saranno sempre più proibitivi, di come riconvertire industria e agricoltura, visto che tra vent’anni la latitudine ideale per coltivare la vite e l’ulivo sarà quella di Copenhagen. Questo è pragmatismo. Il contrario è pura ideologia. E finirà con il distruggerci.
E.: Parlando di necessità di risposte pragmatiche: pur senza anticipare troppo del libro, può tratteggiare qualche misura per lei più urgente di altre e vede all’orizzonte classi e fenomeni politici, soprattutto nell’UE, che potrebbero garantire questa pragmaticità?
G.A.: L’Europa rimane un punto di riferimento essenziale. Dobbiamo aggrapparci con tutte le nostre forze all’idea che questo spazio comune sia la nostra migliore protezione contro i pericoli della polarizzazione e la proliferazione di minacce estreme. La consapevolezza che sta maturando negli ultimi anni, anche grazie alla reazione alle crisi, è confortante. Sappiamo che è complesso trovare accordi in grado di soddisfare tutti. Ma i risultati stanno dando ragione a chi vede nell’UE il nostro porto più sicuro e la dimensione ideale della nostra sicurezza e prosperità futura. Nel mondo del prossimo futuro varrà purtroppo solo la regola del più forte. Noi dobbiamo prenderne atto e pensare, agire e mobilitarci come una grande potenza, cosa che effettivamente siamo assieme. Chi non si sente parte di questo progetto, chi lo considera contrario ai propri interessi, chi lo denigra in nome e per conto di altri, non può più avere spazio in una casa comune nella quale le regole della convivenza sono chiarissime e sono state stabilite da tempo. Oggi è il tempo delle scelte cruciali. Aiutiamo tutti assieme l’Europa a farle.
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