La vocazione di un terreno

Aprile 9, 2026 - 00:00
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La vocazione di un terreno

Ormai da anni mi interfaccio con i contadini e più nello specifico con i viticoltori, quelli di campo, quelli che la mattina alle cinque si alzano per fare un trattamento o per eseguire tutti i lavori e le operazioni necessarie alla produzione dell’uva e quindi del vino. Mai come negli ultimi periodi ho però riscontrato così tanta preoccupazione e “lamentele”.

Non fraintendetemi, la categoria tende a lamentarsi spesso, a volte anche senza un vero motivo, ma questa volta il disagio è tangibile e credo motivato, anche se purtroppo in ritardo sui tempi…

Come spesso succede, infatti, l’agricoltura soffre di una cronica idiosincrasia e distacco dal mercato: detta in parole povere, l’agricoltura è un mondo lento, pachidermico, che mal si adatta e mal si accoppia alla volubile volatilità dei mercati. In pratica, il mercato cambia rapidamente ma l’agricoltura fatica a reggere il passo.

Ma torniamo all’agricoltore di cui sopra. Una chiacchierata con uno di loro, giovane, molto giovane, mi ha regalato un ulteriore spunto di riflessione. Il viticoltore in questione è giovane ma ancorato anima e corpo a un sistema viticolo e contadino di tipo cooperativistico, cooperazione che funziona, per carità, ma pur sempre un sistema che ha “insegnato” ai contadini a non pensare, a farsi guidare e in alcuni casi – più semplicemente – a obbedire.

Il giovane “viticooperativista” che segue anche gli appezzamenti di una mia consulenza mi chiama per un problema in uno dei suoi vigneti privati, che riguardano cioè il conferimento dell’uva alla cooperativa: il problema è la permanenza dell’acqua sul piano di campo per oltre due mesi, con il conseguente deperimento delle viti a causa di asfissia radicale. Non conoscendo il suo vigneto gli chiedo di geolocalizzarlo, scopro così che il vigneto in questione si trova in una zona denominata “Paludi” (Palù in dialetto): come spesso accade si capisce sempre molto dai vecchi toponimi delle zone agricole. Indago per un po’, il giovane è fortunato e ha ancora con sé il padre e soprattutto il nonno ormai quasi novantenne, quindi prima di affrontare possibili soluzioni gli chiedo di ragionare e di pensare alla storia di quel luogo. Per tutta risposta salta fuori che la vigna in quella zona è proprio storia recente, infatti consiste in quell’appezzamento da circa vent’anni, prima c’erano meleti decisamente più resistenti al freddo e ai ristagni idrici, prima ancora si parlava di colture annuali come il mais e prima ancora del tabacco e altre colture a rotazione.

Dopo questo ragionamento siamo passati ad analizzare il problema attuale: negli ultimi anni, grazie all’aumento delle remunerazioni medie per l’uva da vino, la zona è stata vitata sempre più intensamente, ignorando però i sistemi di fossi e canali che erano presenti per drenare l’acqua in eccesso e ignorando il fatto che il piano di campagna è pericolosamente vicino al livello idrico della falda acquifera, che in caso di piogge intense si alza fino a sommergere letteralmente il vigneto e quindi creare il problema che ha generato tutto il ragionamento.

E la soluzione? La soluzione rapida purtroppo non esiste, non ci sono trattamenti miracolosi per permettere alle viti di “respirare” meglio, la soluzione potrebbe essere quella di ricostruire dei canali per drenare l’acqua in eccesso per pomparla via, ma via dove? Nuovamente nella falda, che rimarrebbe comunque alta, imponendo sostanzialmente di pompare via l’acqua costantemente in un sistema “cane che si morde la coda”!

E quindi? Quindi la soluzione potrebbe essere quella di interrogarsi, e qui nasce il mio stupore perché il giovane viticoltore era sostanzialmente d’accordo con me, e capire se quel vigneto ha veramente senso di esistere in quel luogo, oppure in un mondo in cronico eccesso produttivo e in calo dei consumi di vino non avesse più senso dedicare quel pezzo di terra ad altre colture complementari alla viticoltura. Colture che creino impiego nei tempi “morti” della coltivazione della vite, colture che permettano una gestione idrica più sensata o che resistano meglio in caso di ristagni prolungati.

E qui sta il nocciolo della questione. Quello che è successo a Bordeaux, con migliaia di ettari spiantati e molti che verranno spiantati nel prossimo futuro, ma anche in molte altre zone viticole, è solo il segnale premonitore di un mondo in cambiamento rapido, a cui la viticoltura “da reddito” mal si adatta. Bisogna analizzare e capire che la viticoltura rimarrà parte integrante solo delle zone e delle aree vocate a questa coltivazione, dispendiosa e onerosa in termini economici e di impegno lavorativo, dove i capricci climatici ci sono e ci saranno ma saranno attenuati dall’autorevolezza del territorio, dalla mano dell’uomo e dalla propensione di quel pezzo di terra alla coltura che più vi si adatta. Sarà un processo difficile e troppo lento per salvare economicamente tutte le aziende agricole che vi si sono buttate negli ultimi anni di boom dei consumi e appeal del vino, ma sarà un processo irreversibile e duraturo.

In sostanza: manteniamo la vigna dove ha senso di esistere, beviamo meno, va bene, ma beviamo meglio e quando ci troviamo davanti a una carta dei vini pensiamo che ha un senso pagare di più non per ingrassare i conti di aziende con poca sostanza e troppo storytelling, ma ha senso pagare di più per sostenere il lavoro in vigna in zone davvero vocate, anche se magari difficili da coltivare, difficili da raggiungere oppure semplicemente perché in quella vigna ci si mette veramente moltissimo impegno.

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