La mitizzazione di Unabomber, e altre mostruosità del sottobosco online

Un caso di cronaca può diventare pop, e in alcuni casi anche mito. Lo sappiamo bene in Italia, dove i fatti della criminalità organizzata hanno contribuito alla creazione di un pantheon retto da una mole di prodotti multimediali dalla qualità estremamente eterogena. La cosa, di per sé, è tutt’altro che negativa. Spesso, si parte dall’assunto che questo processo si traduca automaticamente in apologia, ma c’è un fattore chiave che contribuisce a segnare un’enorme differenza tra il racconto e la propaganda: il revisionismo.
Un elemento che da solo basta a separare opere sullo stesso soggetto che, troppo frequentemente, vengono buttate nello stesso calderone. “Elephant”, film del 2003 di Gus Van Sant, ha raccontato, con delicatezza e senza spettacolarizzazioni, la strage di Columbine nello stesso periodo in cui online spuntavano i primi forum incentrati sulla contronarrazione dei fatti, dove frange di utenti hanno iniziato a raccontare gli assassini Klebold e Harris come vittime di una società ostile che li avrebbe costretti a sparare sui propri compagni di scuola.
Quando si pensa all’impatto degli stragisti sulla cultura pop si parte da Columbine anche per tracciare una prima e seria separazione tra i circuiti mainstream e il sottobosco di Internet dove un fatto di sangue può essere normalizzato e memificato a tal punto da generare sostenitori e, nel peggiore dei casi, emuli. L’Italia ne ha avuto un esempio nel corso delle ultime settimane con i fatti di Trescore e Perugia. A pochi giorni di distanza, altri due casi sono stati riportati dalla stampa: la settimana scorsa, le forze dell’ordine hanno arrestato un quattordicenne a Pescara e un venticinquenne a Roma, entrambi pianificavano stragi con esplosivi nelle rispettive città.
I due episodi – finiti nella scia iniziata da Trescore per diversi elementi in comune, tra cui le reti Telegram e le simili attività online degli aspiranti stragisti – sono accomunati dal mezzo, la bomba, e dal riferimento ideale (citato esplicitamente dal ragazzo fermato nel Tuscolano): Theodore Kaczynski, Unabomber.
Kaczynski, autore di una serie di attacchi tramite pacchi bomba tra il ’78 e il ’95, è diventato nel corso degli ultimi anni una figura pop esaltata da frange diverse e spesso antitetiche tra loro: criptofascisti, comunisti muscolari – i cosiddetti tankie, quelli che ora il Partito Democratico statunitense tenta di assoldare per combattere Trump – ma anche una parte non trascurabile del pubblico generalista, affascinata dalla narrazione secondo la quale Unabomber non sarebbe un terrorista, ma un partigiano anti-sistema.
Gli scritti di Kaczynski e in particolare il suo manifesto, “La Società Industriale e il suo futuro”, hanno contribuito a questo processo di beatificazione, a tratti più ridicolo di quelli che ancora oggi ruotano attorno agli school shooter perché non relegato alle sole bolle online. Con Unabomber, la cesura tra ambienti radicali e circuiti mainstream si è annullata con le due sfere che hanno iniziato ad alimentarsi a vicenda: mentre sui social iniziavano a fare capolino i meme e video-edit su Kaczynski, sugli scaffali delle librerie italiane iniziavano a comparire i suoi libri.
Un paradosso che raggiunge il suo picco nel 2022, quando negli store di uno dei circuiti editoriali più noti in Italia viene allestito “l’angolo Unabomber” sul quale campeggiava la ristampa del suo manifesto (edito da quella stessa casa editrice neofascista contro la quale, un anno fa, l’editoria nostrana ha condotto una feroce campagna morale).
Questa moda surreale è nata e morta con la stessa velocità delle ondate memetiche sui social, ma restano i suoi danni sul dibattito pubblico. Il revisionismo su Unabomber, la smania di riportare senza alcun filtro le sue opere e il racconto che lui stesso ha fatto di sé, ha trasformato le azioni di un cane sciolto in una lotta politica, giustificata e legittimata da insospettabili. Un processo simile a quello avvenuto attorno alla figura di Luigi Mangione (a cui la giornalista del Corriere Velia Alvich ha dedicato un approfondimento incentrato proprio sulle somiglianze tra la mitizzazione dell’italoamericano e quella dello “Zio Ted”), un altro soggetto diventato alfiere di una presunta rivoluzione contro le oligarchie statunitensi.
Rivoluzioni teorizzate e codificate dai terroristi nei loro scritti, esattamente come quella dei «reietti» guidata da Klebold e Harris. L’unica vera differenza è che quest’ultima non ha ricevuto lo stesso trattamento da parte dei canali istituzionali. È per questo che di fronte agli emuli italiani di Kaczynski, alla preoccupazione si dovrebbe aggiungere una seria riflessione sul ruolo dei media mainstream nella creazione del mito, i quali spesso finiscono per cascare nei meccanismi del terrorismo memetico.
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