Meloni sa che Orbán è dannoso per l’Italia, ma il richiamo della foresta è troppo forte

Due ragioni animano le potenze antidemocratiche contro l’Unione europea.
La prima: ogni reiezione e denigrazione del liberalismo rafforza la loro convinzione ideologica e la loro propaganda. Questo vale per tutti e tre i Paesi: una dittatura comunista, una autocrazia, una potenza atlantica al bivio fra democrazia e autocrazia. Quando un governo europeo eletto — per quanto spregiudicato — declama che la democrazia liberale è un modello esaurito, che i diritti individuali sono un lusso occidentale, che la sovranità nazionale conta più di qualsiasi vincolo istituzionale, fa un regalo enorme a Pechino, a Mosca, e all’ala più radicale dell’amministrazione Trump.
La seconda ragione appartiene più specificamente a Russia e Usa — mentre la Cina, per ora, resta alla finestra con pazienza strategica — ed è più concreta, più pericolosa: indebolire l’Unione europea, aprire fratture al suo interno, trasformare la confederazione in un conglomerato di Stati senza spina dorsale, destinati a rifluire in un passato di odi nazionalisti e a confluire in una condizione di sudditanza politica ed economica nei confronti di due predatori.
Il predatore numero uno è l’attuale amministrazione Trump. Non si tratta più, come ai tempi del primo mandato, di una presidenza caotica e imprevedibile che guardava all’Europa con fastidio e diffidenza. Questa volta c’è una visione, per quanto rozza e pericolosa: l’America come potenza egemone planetaria, senza alleati da rispettare né istituzioni multilaterali da onorare. L’Europa, in questa visione, non è un partner: è un ostacolo. Ostacolo alle pretese di mano libera nei dazi, negli investimenti, nell’approvvigionamento delle materie prime, nella ridefinizione delle sfere d’influenza. Un’Europa unita e coesa può rispondere, resistere, negoziare. Un’Europa spezzettata in Stati litigiosi, ciascuno pronto a trattare separatamente con Washington per strappare qualche privilegio, è infinitamente più manovrabile. Viktor Orbán è, in questo quadro, il grimaldello ideale: un leader europeo che si vanta di essere il migliore amico di Trump nel Vecchio Continente e usa quella amicizia come leva per bloccare decisioni comuni, sabotare sanzioni, sfilacciare il consenso.
Il predatore numero due è la Russia di Putin — non quella contingente di un uomo al potere da un quarto di secolo, ma quella che si autorappresenta come “Russia eterna”, con una missione storica che travalica le generazioni. Putin sogna la restaurazione, almeno parziale, degli spazi imperiali — zaristi prima, sovietici poi — sulla parte orientale e nordica di un’Europa che in quei sogni appare come terra di conquista culturale e politica prima ancora che militare. Per Mosca, Orbán non è solo un alleato tattico: è la prova vivente che la russofilia può attecchire nel cuore dell’Europa comunitaria, che il filo che lega Budapest a Mosca non è mai stato del tutto reciso, che l’influenza russa può rientrare in Europa non solo dai carri armati ma dai voti.
In questo scenario, la Cina osserva, calcola, e aspetta. Pechino non ha fretta. Sa che un’Europa divisa è un’Europa più permeabile ai suoi investimenti, alle sue infrastrutture, alla sua penetrazione tecnologica. Non ha bisogno di agitarsi: sono sufficienti le divisioni altrui.
Qua da noi Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno espresso, già da tempo, il loro sostegno a Orbán. Ma i due casi sono molto diversi. Salvini è una figura meschina della commedia all’italiana: uno sbruffone che si drappeggia da sovranista in casa ma è sempre in cerca dell’approvazione e del sussidio del potente di turno fuori. Appoggiarsi al più forte gli viene naturale. Su Meloni la domanda è più seria: chi glielo fa fare?
Meloni ha dimostrato, nel corso del suo governo, una capacità di navigazione europea non prevedibile. Ha tenuto la linea sul sostegno all’Ucraina. Ha gestito con equilibrio i rapporti con Bruxelles su dossier difficili. Ha capito — e lo ha detto, con parole sempre più esplicite — che l’Italia non ha nulla da guadagnare da un’Europa debole. Un Paese con il nostro debito pubblico, con la nostra dipendenza dai mercati internazionali, con la nostra storia di crisi valutarie, non può permettersi di scommettere contro le istituzioni che la proteggono. Lo sa Meloni. Lo sa il suo ministero dell’Economia. Lo sa chiunque abbia mai gestito i conti pubblici italiani. E allora, che cosa ancora la trattiene dal prendere le distanze da Orbán in modo netto e definitivo?
La risposta va cercata nella sua cultura identitaria? È da scommetterci. Orbán appartiene alla famiglia politica da cui Meloni proviene e in cui si è formata. Rompere con lui significa rompere con una parte di sé, con una narrativa, con una rete di relazioni consolidate. Significa forse anche perdere una sponda nel dibattito interno alla destra italiana, dove il celodurismo ha ancora peso e fascino.
Ma i costi di questa ambiguità crescono. Ogni volta che l’Italia appare esitante sulla questione ungherese — ogni voto rinviato, ogni condanna smorzata, ogni dichiarazione di solidarietà che suona come una copertura — il segnale che arriva ai partner europei è preoccupante. E quel che è peggio, il segnale che arriva a Mosca e a Washington è incoraggiante: l’Italia è separabile dalle nazioni più forti, è manovrabile, è disponibile a qualche forma di neutralità.
L’interesse nazionale italiano è tutt’altro: un’Europa forte, coesa, capace di parlare con una voce sola nelle trattative commerciali con gli Stati Uniti, nella gestione dei flussi migratori, nella difesa comune, negli investimenti infrastrutturali, un’Europa in cui l’Italia conti — e può contare, per peso demografico, economico e culturale — molto di più di quanto conterebbe da sola. Meloni sembra averlo compreso ma non interiorizzato. Le conviene restare a metà del guado?
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