L’unicum della gasiera Arctic Metagaz, da sei settimane alla deriva nel Mediterraneo centrale

La disattenzione delle istituzioni nazionali, comunitarie e internazionali sul caso della gasiera “Arctic Metagaz”, nave lunga 277 metri e larga 43 con un carico di 61.000 tonnellate di Gnl (Gas naturale liquefatto), battente bandiera russa, resta ancora irrisolto e sembra quasi voler scivolare nell’oblio. L’unità in questione, ricordiamo, venne colpita in acque internazionali, a Sud di Malta, da un ordigno esplosivo (drone?) la notte del 3 marzo che innescò un gravissimo incendio a bordo e che costrinse l’equipaggio ad abbandonare la nave. L’attacco proditorio, avvenuto in alto mare, a tutt’oggi, non è stato rivendicato da nessuno, anche se non è difficilissimo poterne stabilire la paternità.
Da allora, e sono trascorse sei settimane, il relitto è rimasto in balia degli elementi naturali che lo hanno spostato in punti diversi della stessa area, costituita dal Mediterraneo centrale, in zone di mare ricomprese tra le coste libiche e la costa meridionale dell’isola di Malta, assai vicina alle coste della Sicilia Sudorientale e a Lampedusa.
L’unico tentativo di rimorchio conosciuto, effettuato finora sul relitto, è quello tentato dalle autorità libiche, senza esito positivo.
Il relitto, si apprende da fonti di stampa libiche, viene seguito, anzi monitorato, per usare un’espressione tanto cara a chi scrive di tematiche ambientali; tuttavia, possiamo affermare senza timore di essere smentiti che il relitto è ancora in balia del mare e dei venti, anche se costantemente monitorato.
Senza condurre il nostro lettore per le impervie vie delle assicurazioni marittime e delle relative responsabilità giuridiche poste in capo alla proprietà, all’armamento e, per finire, alla bandiera del relitto stesso, non possiamo fingere che la soluzione è a portata di mano, né non vedere una studiata “presa di distanza” dallo spinoso problema costituito dal relitto medesimo.
Abbiamo già scritto (con dovizia di particolari) e spiegato i potenziali rischi ambientali che il relitto della gasiera, ancora carico di prodotti altamente inquinanti, a partire dal combustibile contenuto nel suo interno, rappresenta per gli ecosistemi marini. Proprio da queste stesse colonne, pochi giorni fa, è partita una richiesta rivolta alle istituzioni europee, più esattamente alla Dg Echo (Direzione generale per la Protezione civile europea e le Operazioni di aiuto umanitario), che a onor del vero è stata seguita e rilanciata da molte altre testate giornalistiche italiane, sfortunatamente però senza alcun successo.
Procediamo dunque con ordine nel tentativo di trovare il bandolo della matassa e conseguentemente tentare di raggomitolare il filo che rischia di disperdersi. Siamo ben consapevoli che il caso della “Arctic Metagaz” costituisce un unicum nel suo genere e che, a tutt’oggi, nella letteratura del settore non si sono verificati casi simili.
Le istituzioni internazionali che hanno il compito di tracciare le politiche dello shipping mondiale, tra i cui compiti rientra anche la sicurezza della navigazione marittima e la sicurezza dell’ambiente marino, a nostro sommesso avviso, sono tenute a trovare il rimedio, serio ed efficace, per risolvere la questione del recupero relitto, che comporta pesanti ricadute su entrambi gli aspetti elencati: sicurezza della navigazione e sicurezza dell’ambiente marino.
Siamo consci che non ci sono competenze già definite dalle leggi, così come siamo altrettanto consapevoli che il relitto non può essere lasciato lì dove si trova e fatto gestire ad autorità alle quali, probabilmente, mancano gli strumenti adatti per poter effettuare un intervento del genere; tuttavia, non ci si può rassegnare a vedere l’inerzia assunta al rango di strategia, il cui fine ultimo potrebbe essere il collasso del relitto e il conseguente affondamento.
Evitiamo di elencare i soggetti pubblici nazionali e internazionali che potrebbero (e a nostro avviso dovrebbero!) intervenire, siamo certi che ne siano ben consapevoli. I richiami e gli appelli, sottoscritti da autorevoli personalità del modo scientifico e istituzionali, non hanno sortito alcun visibile effetto; il diritto dei cittadini di volersi interfacciare con gli uffici preposti a intervenire sul caso forse ha avuto soltanto l’effetto di irritare chi ha in mano il timone e, per ragioni non chiare, preferisce non affrontare seriamente il problema che, invece, è visibile a tutti nel suo drammatico preannuncio dell’incombente disastro ambientale marino.
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