Migranti, nel 2024 l’UE ha accolto 4,2 milioni di persone, ma i nati all’estero subiscono maggiore discriminazione: I dati di Eurostat

Febbraio 28, 2026 - 14:00
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Migranti, nel 2024 l’UE ha accolto 4,2 milioni di persone, ma i nati all’estero subiscono maggiore discriminazione: I dati di Eurostat

Bruxelles – Nel 2024, l’Unione europea si è confermata una destinazione centrale nei flussi migratori globali, ma i dati dell’Ufficio statistico europeo, Eurostat, rivelano che l’integrazione reale attraversa un percorso a ostacoli fatto di percezioni e trattamenti differenziati. Il quadro demografico del 2024 mostra un continente che accoglie principalmente dall’esterno: su un totale di oltre 5,7 milioni di nuovi arrivati, 4,2 milioni provengono da Paesi extra UE, mentre 1,5 milioni di persone precedentemente residenti in un Paese dell’UE sono emigrate in un altro Stato dell’UE. Queste due cifre non includono i richiedenti asilo e/o i rifugiati provenienti dall’Ucraina che beneficiano di protezione temporanea per alcuni Paesi. Inoltre, circa 3,2 milioni di persone sono emigrate in un altro Paese dell’UE o in un Paese al di fuori dell’UE. Di questi, circa 1,6 milioni di persone avrebbero lasciato un Paese dell’UE per migrare verso uno al di fuori. A titolo di paragone, nel 2023 si stimava che nell’UE fossero arrivati rispettivamente 4,4 milioni di immigrati provenienti da Paesi extra-UE e che 1,5 milioni di persone precedentemente residenti in un Paese dell’UE fossero emigrate in un altro Paese dell’UE. Nel 2023 circa 1,5 milioni di persone sono emigrate dall’UE verso un Paese al di fuori dell’Unione.

La spinta migratoria del 2024 non si distribuisce però in modo uniforme. Se realtà più piccole, come Malta (60 immigrati ogni mille persone), Cipro (42 immigrati ogni mille persone) e Lussemburgo (38 immigrati ogni mille persone), registrano i tassi di immigrazione più alti rispetto alla popolazione residente, grandi nazioni come l’Italia e la Francia mostrano una densità di ingressi più contenuta (rispettivamente circa 8 e 6 immigrati ogni mille residenti), nonostante siano comunque tra i Paesi con il numero maggiore di immigrati. La Spagna ha registrato il numero totale di arrivi più elevato (1.288.600), seguita da Germania (1.078.500), Italia (451.600) e Francia (438.600). In particolare, in quasi tutti i Paesi dell’UE, il numero totale di immigrati provenienti da Paesi extra-UE nel 2024 era superiore al numero di immigrati provenienti da altri Paesi dell’UE. Le uniche eccezioni sono state il Lussemburgo (con l’85,5 per cento di immigrati provenienti da altri paesi dell’UE) e la Romania (56,0 per cento). Le percentuali più elevate di immigrati provenienti da Paesi extra-UE sono state registrate in Repubblica Ceca (87,0 per cento), Italia (86,2 per cento) e Spagna (84,5 per cento).

Spagna e Germania hanno registrato però anche il numero più alto di emigranti nel 2024 (rispettivamente 662.300 e 584.200), seguite dalla Francia (263.200). Nel 2024, tutti i Paesi dell’UE con dati disponibili, ad eccezione della Lettonia, hanno segnalato più immigrazione che emigrazione. Le diminuzioni più elevate in termini relativi tra il 2023 e il 2024 sono state osservate in Estonia (-29,4 per cento), Lituania (-22,3 per cento) e Lettonia (-21,4 per cento), mentre gli aumenti maggiori sono stati osservati in Svezia (22,9 per cento), Slovacchia (15,2 per cento) e Grecia (11,2 per cento).

Maggiore discriminazione per le persone nate all’estero

Una volta stabilizzati in un nuovo Paese di residenza, i nati all’estero si trovano a confrontarsi con una realtà quotidiana diversa da quella dei nativi. Il divario più netto emerge nel mercato immobiliare: il 12,5 per cento di chi è nato all’estero dichiara di essersi sentito discriminato cercando casa, una percentuale quasi tripla rispetto al 4,3 per cento registrato tra chi vive nel proprio Paese di nascita. Questo dato suggerisce che l’accesso all’abitazione rappresenti la barriera principale per chi cerca di stabilirsi in un nuovo contesto sociale. Anche l’interazione con la macchina burocratica e gli spazi della vita collettiva riflette questa asimmetria. Quasi un immigrato su dieci percepisce trattamenti non equi dai servizi pubblici o uffici amministrativi (9,7 per cento), mentre tale percentuale per i nativi era pari al 4,5 per cento. Il 7,8 per cento avverte un senso di esclusione in luoghi comuni come bar, negozi o centri sportivi, maggiore di 5 punti percentuali rispetto alla discriminazione percepita dai nativi (2,8 per cento). Al contrario, il mondo della scuola appare come l’ambito più protetto e inclusivo: qui la differenza tra le percezioni dei due gruppi si assottiglia (4,3 per cento contro 2,3 per cento), indicando che le istituzioni educative riescono a livellare meglio le differenze di origine.

Geograficamente, il fenomeno della discriminazione percepita non segue una distribuzione lineare. Paesi con sistemi di welfare avanzati come i Paesi Bassi, la Danimarca e la Finlandia mostrano paradossalmente i divari più ampi: in queste nazioni, chi è nato all’estero percepisce un livello di discriminazione negli spazi pubblici molto superiore rispetto ai locali, con scarti che superano i 10 punti percentuali. In particolare, considerando specificamente la discriminazione nei luoghi pubblici, i 5 Paesi con le percentuali più elevate tra i nati all’estero sono anche quelli con i maggiori divari nella discriminazione autopercepita tra stranieri e nativi. I Paesi Bassi si sono classificati al primo posto, con il 16,2 per cento tra i nati all’estero rispetto al 5 per cento tra i nativi (differenza di 11,2 punti percentuali), seguiti da Austria (13,9 per cento contro 6,1 per cento), Danimarca (13,1 per cento contro 5,3 per cento), Finlandia (13,1 per cento contro 2,4 per cento) e Portogallo (10,8 per cento contro 1,8 per cento). All’estremo opposto, realtà come la Croazia (0,8 per cento per i nati all’estero contro 0,7 per cento per i nativi) e l’Estonia (6,7 per cento contro 6,4 per cento) presentano una situazione di sostanziale parità nelle percezioni, con percentuali quasi identiche tra i due gruppi. I dati del 2024 consegnano l’immagine di un’Unione Europea capace di attrarre milioni di persone, ma dove il “luogo di nascita” rimane una variabile determinante nell’esperienza quotidiana, influenzando profondamente la percezione di accoglienza e parità di trattamento dei nuovi cittadini.

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