Bruxelles – Il 2025 ha registrato un calo delle richieste d’asilo verso i Paesi dell’Unione Europea. Il nuovo report dell’Agenzia dell’Unione Europea per l’asilo, l’EUAA, rivela che nel 2025 gli Stati membri hanno ricevuto il 19 per cento in meno di domande di asilo rispetto al 2024.
Come si evince dal comunicato stampa dell’Agenzia, tale calo generalizzato è stato determinato, in gran parte, dal minor numero di richieste di asilo presentate dai cittadini di tre tra i primi cinque Paesi per numero di domande nell’UE del 2025: siriani, bangladesi e turchi. In particolare, i primi hanno presentato il 72 per cento di domande in meno rispetto al 2024 a seguito della caduta del regime di Bashar Al-Assad: le autorità della maggior parte dei Paesi UE hanno sospeso il trattamento delle domande siriane, prendendosi il tempo per valutare la futura situazione politica. Mentre, rispetto al 2024, i cittadini del Bangladesh hanno presentato 37 mila richieste (il 15 per cento in meno) e la Turchia 33 mila (il 40 per cento in meno).
Si è invece verificato un aumento delle domande di asilo da parte di cittadini afghani e venezuelani. I primi sono stati la nazionalità con il maggior numero di domande nel 2025 (117 mila), con una crescita di un terzo (+ 33 per cento) nell’UE, attrbuito dell’agenzia ad una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea dell’ottobre 2024 che ha confermato che le restrizioni imposte dai talebani alle donne costituiscono una persecuzione. Di conseguenza, le domande afghane hanno iniziato ad aumentare nel 2025, raggiungendo il picco prima in Austria e poi in Germania. In modo simile, le domande presentate da venezuelani, la seconda nazionalità più numerosa, sono aumentate (+23 percento, arrivano a 91 mila) a causa delle crescenti tensioni nel loro Paese, a politiche restrittive in materia di immigrazione adottate dall’amministrazione statunitense e all’inasprimento dei requisiti per il rilascio dei visti imposti ai venezuelani nei Paesi latinoamericani confinanti. La stragrande maggioranza dei venezuelani ha presentato domanda in Spagna (94 per cento). In particolare, nell’UE, i venezuelani beneficiano attualmente dell’accesso senza visto all’area Schengen, nonché di una consolidata prassi spagnola di concedere forme di protezione nazionale ai richiedenti venezuelani che non soddisfano i criteri per la protezione internazionale.
Il report dell’Agenzia descrive il sistema di asilo dell’UE come altamente localizzato. Complessivamente, cinque Paesi UE hanno ricevuto l’80 per cento di tutte le domande di asilo: la Germania, che nonostante continui a ricevere il numero più alto di richieste (il 20 per cento) registra una diminuzione di un terzo (-31 per cento) rispetto al 2024, la Francia con una percentuale stabile del 19 per cento, la Spagna che ha ricevuto il 15 per cento in meno di domande rappresentando comunque il terzo Paese per richieste (17 per cento) e, infine, l’Italia che ha registrato un calo del 16 per cento.
La relazione sottolinea che la diminuzione delle domande di asilo è stata determinata meno dai cambiamenti nei Paesi di origine e più dai cambiamenti nelle rotte migratorie. Secondo l’Agenzia, la gran parte della diminuzione è attribuibile al rafforzamento della gestione delle frontiere tramite accordi bilaterali. Ad esempio, la coordinazione tra Spagna e Marocco ha portato a un calo del 63 per cento dei rilevamenti sulla rotta dell’Africa occidentale; gli accordi lungo la rotta dei Balcani occidentali (inclusa la nuova operazione Frontex in Bosnia ed Erzegovina) hanno ridotto i rilevamenti del 42 per cento; infine il rinnovo del protocollo tra Italia e Libia e il nuovo accordo tra Italia e Turchia per operazioni congiunte della guardia costiera hanno limitato le partenze irregolari. Nel caso della Siria, il cambio di regime ha causato un crollo significativo delle domande (-72 per cento), ma ciò è da intendersi come uno spostamento geopolitico temporaneo piuttosto che una risoluzione definitiva dei problemi di protezione.
Oltre ai dati sugli arrivi, il report dimostra, che nonostante il calo delle domande nell’UE, la fragilità strutturale globale è aumentata e un indicatore rappresentativo di tale fenomeno è la contrazione del 30 per cento dei finanziamenti umanitari mondiali, che riduce la capacità di protezione nelle regioni d’origine creando un rischio di futuri movimenti migratori verso l’Europa. “Gli Stati membri dovrebbero sfruttare l’importante margine di manovra offerto da tale diminuzione per concentrarsi sull’attuazione del Patto, adeguandosi al contempo ai cambiamenti internazionali che potrebbero rapidamente interrompere il recente calo delle domande”, dichiara la direttrice esecutiva dell’EUAA, Nina Gregori.
Si tratta del
nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo dell’Unione Europea che entrerà in vigore a partire dalla
metà del 2026. Il report ricorda che l’obiettivo principale del Patto è passare a “un quadro di gestione della migrazione più
istituzionalizzato e gestito collettivamente, garantendo maggiore prevedibilità e resilienza del sistema asilo di fronte a shock geopolitici”. Di fatto, però, prevede una
procedure di frontiera accelerate e maggiori
restrizioni all’ingresso: a partire da giugno 2026, scatteranno procedure obbligatorie per valutare rapidamente se le domande sono infondate o inammissibili, in particolare ai richiedenti provenienti da Paesi con un tasso di riconoscimento pari o inferiore al 20 per cento. Le persone sottoposte a queste procedure non saranno autorizzate a entrare formalmente nel territorio dell’UE fino alla decisione, restando in un non ben definito territorio giuridicamente esterno all’UE. A ciò si aggiunge la revisone del concetto di
Paese terzo sicuro e la prima lista UE di Paesi d’origine sicuri per dichiarare inammissibili un maggior numero di domande e accelerare i rimpatri. Nel controverso elenco di Paesi d’origine sicuri per ora figurano Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. Ma applicando il concetto di Paese terzo sicuro, che
permette agli Stati membri di deportare richiedenti asilo in Paesi terzi con cui sono stati siglati accordi bilaterali, le persone sottoposte a procedure accelerate saranno potenzialmente molte di più.