Nel Roero si produce la giusta quantità di vino

Il Roero è in una parte di Piemonte dove, se ci finisci, finisci bene. Siamo tra Langhe e Monferrato, ma la geografia ci ricorda subito che non siamo né nelle Langhe né nel Monferrato; siamo sulla riva sinistra del Tanaro, nel cuore delle colline del vino, in provincia di Cuneo ma lontani un’oretta abbondante di macchina dal capoluogo; siamo in un triangolo che sta molto più vicino ad Alba che ad Asti, tanto che diversi comuni della Docg del Roero portano addosso la specifica “d’Alba” come un promemoria topografico: Corneliano d’Alba, Piobesi d’Alba, Vezza d’Alba e altri.
Il Roero, quindi: cos’è? È una porzione di Piemonte meridionale che poggia su un materiale un tempo comune e oggi rarissimo: la cultura contadina. Qui la vigna non ha mai cancellato tutto il resto e per secoli, accanto alle colline vitate, il Roero è stato soprattutto terra di frutteti e orti: cassette e camion che puntavano Torino e poi l’Italia, carichi di pere Madernassa e di frutta e verdura estiva – pesche in particolare, e poi fragole, asparagi – dando un bel ritmo agricolo a un paesaggio mai diventato monocorde. Anche oggi, rispetto ad altre zone limitrofe questa biodiversità è un gradevole tratto identitario e paesaggistico.
Di questa terra, il Consorzio Tutela Roero è una fotografia abbastanza precisa: riconosciuto nel 2014, oggi conta 258 soci e tutela due vini in cui si articola la Docg (ottenuta nel 2004), secondo il disciplinare, Roero Rosso è Nebbiolo per almeno il 95 per cento; Roero Arneis è bianco e Arneis per almeno il 95 per cento. Parliamo di oltre 1.345 ettari complessivi, con 990 ettari ad Arneis e 355 a Nebbiolo, per una produzione annua di circa 8,3 milioni di bottiglie: 90 per cento Roero Bianco e 10 per cento Roero Rosso, con oltre il 60 per cento delle bottiglie che prende la strada dell’estero. Non sono numeri esagerati: il Roero produce il giusto. Per fare un confronto con dei vicini di casa, di Barbera d’Asti l’anno scorso ne sono state prodotte circa quaranta milioni di bottiglie.
Questa scala di produzione non gigantesca e proprio per questo interessante è anche un’idea di posizionamento: meno ma meglio, senza il bisogno di correre dietro al gigantismo produttivo, al dover crescere per forza.

La denominazione Roero è diffusa, fatta di paesi e versanti più che di un unico cuore turistico: interessa l’intero comprensorio di Canale, Corneliano d’Alba, Piobesi d’Alba e Vezza d’Alba, e porzioni di Baldissero d’Alba, Castagnito, Castellinaldo, Govone, Guarene, Magliano Alfieri, Montà, Montaldo Roero, Monteu Roero, Monticello d’Alba, Pocapaglia, Priocca, Santa Vittoria d’Alba, Santo Stefano Roero e Sommariva Perno.
Tra questi diciannove comuni, Canale è la piccola capitale: è il comune più vitato, con 370 ettari (circa il 23 per cento della Docg), e poi c’è il paesaggio, e qui il Roero fa il suo colpo di teatro con le Rocche, canyon profondi decine o centinaia di metri frutto dell’erosione, che tagliano il territorio da sud-ovest a nord-est e separano i suoli continentali (ghiaie e argille fluviali) da quelli di origine marina, dove la vite trova condizioni ideali. È un territorio stratificato e questa origine marina entra nel bicchiere grazie a suoli sabbiosi e marnoso-arenari, che aiutano a spiegare perchél’Arneis del Roero abbia una firma così riconoscibile soprattutto in termini di sapidità.
Per l’Arneis esiste anche una versione Riserva (attribuibile dopo sedici mesi di affinamento) e la tipologia spumante: un tassello che intercetta la crescente voglia di bollicina anche in Piemonte e che, pur restando su volumi di produzione contenuti, nel Roero sta dando risultati convincenti soprattutto nelle interpretazioni Metodo Classico, mediamente di buona qualità. Il Rosso, invece, è Nebbiolo pressoché in purezza, ma qui esce molto diverso rispetto a quello di Langa e i suoli più sabbiosi del Roero alleggeriscono un po’ il passo senza rinunciare alla capacità di evolvere nel tempo.
È con questa doppia anima che il Roero si è raccontato a Milano, in un pranzo da Andrea Aprea organizzato dal Consorzio in un percorso pensato per metterne alla prova la versatilità a tavola. Siamo partiti con il Roero Arneis Docg Spumante 2019 di Lorenzo Negro, un Metodo Classico centrato e gastronomico, perfetto per aprire il pranzo con una bolla fine, mentre sulla “Caprese… dolce e salato” è stato il turno di un Roero Arneis Docg 2024 (Benotti Rosavica, “Pasenic”), fresco e immediato. Il cuore del percorso è arrivato con il “Carnaroli Selezione Dama con genovese di maiale, scarola, olive nere e provolone del Monaco”, abbinato a Roero Arneis Docg Riserva 2021 (Monchiero Carbone, “Renesio Incisa”): qui l’Arneis ha fatto vedere come può tranquillamente reggere un piatto complesso e stratificato. Su “Pecora, verza, senape, formaggio di capra” la cucina ha chiamato in causa l’altra anima del territorio con due letture del Roero rosso: da un lato Valfaccenda Roero Docg 2023, dall’altro Malvirà Roero Docg Superiore 2001 “Trinità”, una bottiglia di un quarto di secolo da ricordare.

Il Roero oggi sta facendo la cosa più difficile: costruirsi un racconto senza copiare quello dei vicini e senza farsene schiacciare e sta trasformando la propria biodiversità – agricola prima ancora che enologica, con vigneti alternati a boschi, frutteti e orti – in un tratto contemporaneo, dentro un paesaggio che con Langhe e Monferrato è patrimonio Unesco. Il tour nelle grandi città chiuso a Milano da Andrea Aprea dopo Roma, Napoli e Bologna è servito anche a ribadire questo: il Roero non un satellite delle Langhe, ma un Piemonte più misurato e sempre più riconoscibile.

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