“Nelle miniere della Bosnia ho scoperto che la libertà può stare a 18 metri sottoterra”

Un cappello arrotolato a mo’ di casco, una torcia che illumina a stento il fango e il rumore dei picconi che sbattono contro la parete. Si riempiono vecchie vasche da bagno a suon di vanghe, attanagliati dal caldo e dall’umidità, mentre le schegge di carbone si infrangono sul viso a ogni colpo. Gianluca Candiani, antropologo e docente di Busto Arsizio, ha trascorso un anno a Zenica, nel cuore della Bosnia Erzegovina, per calarsi fisicamente nei cunicoli delle miniere illegali. Un’esperienza che lo ha portato a perdere undici chili e a condividere il «miglior peggior lavoro del mondo» con uomini che la società considera invisibili, raccontata stasera, martedì 17 marzo, a Materia, lo spazio eventi nella sede di VareseNews.
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A moderare l’incontro è stato Roberto Morandi, giornalista di VareseNews che da anni scava nelle storie dei Balcani, come dimostrato dalla scrittura del Librosolidale 2025 dedicato proprio a Bratunac. Il dialogo ha messo a nudo le ragioni di una scelta estrema, nata dal desiderio di indagare il tema del lavoro in un Paese segnato dal collasso del sogno jugoslavo. Zenica, un tempo capitale dell’acciaio con un indotto di quasi settantamila operai, oggi è una città ferita dalle privatizzazioni e da un capitalismo neoliberista aggressivo. «Tutto nasce dalla mia tesi di magistrale a Priedor – spiega Candiani – dove emergeva fondamentale il tema del lavoro dignitoso rispetto alle questioni identitarie e nazionali».

L’ingresso nel mondo dell’illegalità avviene quasi per caso, dopo che l’acciaieria ufficiale, oggi Arcelor Mittal, nega ogni permesso di ricerca. Grazie a un contatto sul campo, Candiani scopre l’esistenza di squadre di villaggio che scavano carbone sulla collina di Gradišće, utilizzando reti di letti e vasche da bagno come carrelli. Il primo impatto con i minatori è un muro di diffidenza: «Ma questo vuole lavorare in miniera, gratis! La gente va in Italia per lavorare e tu vuoi venire qui con noi? Chi sei? Una spia, un poliziotto?». Solo dopo lunghe mediazioni arriva il «Voi rumori», il benvenuto che apre le porte del sottosuolo.
Il racconto si snoda tra i rischi fisici e i dilemmi di un ricercatore che si muove in un ambiente fuori legge. Candiani deve mantenere un profilo bassissimo per tutelare i suoi compagni di fatica, arrivando a fingersi un turista anche davanti alle autorità. In quel microcosmo di fango e polvere a 32 gradi di temperatura, emerge però un senso di appartenenza che il mercato legale non offre più. L’antropologo parla di radostalgia, un termine che descrive la nostalgia per un’identità basata sul lavoro pesante, un tempo vanto della Jugoslavia socialista e oggi frantumata. «In miniera, a diciotto metri sottoterra, mi sono sentito dire che lì c’era libertà» sottolinea Candiani. Un paradosso spiegato dalla percezione dei minatori stessi: ai loro occhi i veri criminali non sono loro, ma i nuovi datori di lavoro che non rispettano ferie, malattie e diritti elementari.
La serata ha restituito la dignità di un mondo che resiste anche nelle condizioni più estreme, lontano dai circuiti ufficiali. Candiani ha ricordato i momenti di pausa condivisi e il legame con i Robijaši, gli ultras della squadra di calcio del Čelik, i “galeotti” che costruiscono un’identità cittadina alternativa ai nazionalismi settari. Resta impressa, a chiusura del confronto, la lezione di un vecchio minatore bosniaco, un monito che attraversa i conflitti e le crisi economiche di ogni tempo: «In pace i figli seppelliscono i genitori. In guerra i genitori seppelliscono i figli. Questa guerra era loro, non è la nostra».
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