Nino, il tempo sospeso della malattia
Una scena del film NinoIn un dialogo, ambientato durante una festa a metà di Nino, il primo film di Pauline Loquès, un personaggio attribuisce erroneamente ad un “certo filosofo Alain” (forse Chartier?) la massima di Mark Twain “Il segreto per andare avanti è iniziare”. A fare cosa? Ad accettare una diagnosi di tumore arrivata all’improvviso.
La trama
Nino era entrato nello studio medico tranquillo, per una visita di controllo, ne è uscito con un conto alla rovescia. Entro pochi giorni dovrà iniziare una cura piuttosto invasiva per trattare la malattia. Le possibilità di guarigione sono buone, ma la vita del giovane cambia gradualmente prospettiva.

Avendo perso le chiavi del proprio appartamento, vaga di casa in casa, di incontro in incontro. Di poche parole, inizialmente non si sente paziente, non si racconta come malato, ma il ruolo del suo corpo inizia a cambiare. Gli viene proposta la crioconservazione del liquido seminale prima della terapia, ma non riesce a trovare né lo spazio né la concentrazione necessaria. I bagni che frequenta invano diventano spazio di incontri: sconosciuti amichevoli, una vecchia compagna di scuola dimenticata, un’amica anche lei in cura per la fertilità, sebbene per motivi diversi.
Come si continua a vivere in questo limbo?
La regista ha dedicato il film a Romain, un parente morto di cancro a 37 anni. Ha voluto usare quel dolore per raccontare il periodo di limbo tra la diagnosi e l’inizio della terapia. Quel momento in cui il corpo si trasforma in un oggetto da curare, analizzare, da costringere a reazioni biologiche. La descrizione della persona, durante la cura, non è più quella di un’identità fatta di emozioni, di desideri o aspirazioni, ma diventa quella del suo fisico: le infezioni passate, l’orologio biologico, le statistiche, il tempo rigidamente scandito delle terapie, le cartelle cliniche sembrano identificare il paziente più come un organismo che come un’anima.
Per opporsi a ciò, il film si attacca al protagonista in un vagare dove lo sfondo è un confuso via vai in cui i silenzi contano più delle frasi di convenienza. Certo, Cléo dalle 5 alle 7 resta imbattibile nel genere “film sull’attesa”, ma Nino è un’interessante riflessione su un tema poco battuto: come fare in modo che lo sforzo per guarire non impedisca, nel frattempo, di vivere? Proporre una risposta, dice la bella sequenza finale, non sta al malato, ma a chi lo accompagna.
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