Perché il giorno dell’Unità d’Italia non è mai diventato una festa nazionale

Grazie al duetto di Achille Lauro e Laura Pausini a Sanremo, moltissimi italiani hanno scolpito nella memoria il 16 marzo, ma in pochi si ricordano che il giorno dopo è nata l’Italia. Sì, il 17 marzo non è solo San Patrizio, ma una delle date più importanti, e dimenticate, della storia del nostro Paese. Quel giorno, nel 1861, il Parlamento subalpino del Regno di Sardegna approvò la legge con cui Vittorio Emanuele II assunse il titolo di re d’Italia, «per grazia di Dio e volontà della nazione». Quell’atto approvato nel cortile di Palazzo Carignano a Torino creò di fatto lo Stato unitario, nato dalle annessioni, garibaldine e non, del 1859 e del 1860.
Il giorno dell’Unità non è mai diventato una festa nazionale. Lo Stato ha organizzato mostre, cerimonie, celebrazioni ufficiali solo in occasione degli anniversari speciali: nel 1911 per i cinquant’anni, nel 1961 per il centenario e nel 2011 per i 150 anni. Il resto del tempo, il 17 marzo diventa un giorno qualunque, inghiottito dal calendario, tra carnevale e pasqua, in attesa di essere scongelato la prossima volta, nel 2061. Il Parlamento ha provato a dare un riconoscimento ufficiale, istituendo nel 2012 la “Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera”, ma resta un giorno lavorativo. E senza una pausa nel calendario è difficile trasformare una ricorrenza in un rito nazionale.
Anche per questo molti italiani non la ricordano affatto. Alla vigilia delle celebrazioni del 2011, un sondaggio dell’istituto Demos&Pi registrava un antipatico paradosso: circa nove italiani su dieci dichiaravano di avere un giudizio positivo sull’Unità nazionale, ma pochi sapevano dire quando fosse nata davvero l’Italia. L’Unità è rimasta un simbolo condiviso, ed è una buona notizia. La sua data, molto meno.
Perché il 25 aprile e il 2 giugno sono diventati feste centrali della Repubblica, ma non il giorno in cui nasce lo Stato italiano? Ci sono almeno cento risposte, ma bisogna partire dalla geografia per capire la storia. Il 17 marzo 1861 segna la nascita del Regno d’Italia, ma non di tutta l’Italia. Veneto e parte del Friuli, con nomi e confini leggermente diversi, erano ancora sotto l’Impero austriaco e sarebbero entrate nel Regno solo con la terza guerra d’indipendenza, persa militarmente ma vinta diplomaticamente, nel 1866. Roma e il Lazio restavano sotto il controllo dello Stato pontificio e sarebbero stati annessi nove anni dopo con la breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870. Il Trentino e l’Alto Adige sarebbero arrivati addirittura dopo la Prima guerra mondiale. Quindi festeggiare oggi il 17 marzo vorrebbe dire poco e niente per oltre 12 milioni di italiani, circa il 21 per cento della popolazione.
Anche nel Mezzogiorno non sarebbe una festa così popolare. Negli ultimi anni il movimento neoborbonico ha spesso descritto l’Unità d’Italia come una sorta di conquista coloniale del Nord ai danni del Sud. È una lettura semplificata e scorretta, contestata dalla maggior parte degli storici contemporanei, ma come tutte le narrazioni ideologiche si alimenta di mezze verità e fratture storiche mai del tutto ricomposte. Soprattutto in alcune aree del Sud Italia, dove l’unificazione è stata a lungo raccontata negli aneddoti familiari isolando solo gli elementi negativi: nuove tasse, la leva obbligatoria e la guerra al brigantaggio e l’incontro scrontro con le leggi e i funzionari piemontesi. Oggi questa narrazione fa presa anche grazie agli squilibri economici e sociali ancora esistenti tra Nord e Sud, che finiscono per proiettare nel passato tensioni e frustrazioni del presente. Il 17 marzo potrebbe essere, e forse viene percepita dai pochi che se la ricordano, anche come una festa antimeridionale.
Il problema dell’oblio verso il giorno dell’Unità è in parte dovuto anche al giudizio degli italiani sui Savoia e sulle scelte discutibili prese dalla casa regnante sabauda che hanno eroso la sua legittimità e credibilità. La monarchia accettò e accompagnò l’ascesa di Benito Mussolini nel 1922, quando Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare lo stato d’assedio durante la marcia su Roma. Sedici anni dopo firmò senza opposizione le leggi razziali del 1938. E la fuga a Brindisi l’8 settembre del 1943 segnò una ferita con il Centro e Nord Italia ancora alle prese con la ferocia della Seconda guerra mondiale, lasciati indifesi a subire la vendetta della Repubblica sociale italiana dei fascisti e l’occupazione dei nazisti.
Il 17 marzo vorrebbe dire non solo celebrare il 1861, ma anche una casa regnante che ha avuto altre macchie nella storia nazionale, oltre il fascismo. Il 29 luglio 1900, il re Umberto I fu ucciso a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci per vendicare le vittime della repressione del 1898 a Milano: le proteste per il caro pane furono soffocate dall’esercito guidato dal generale Fiorenzo Bava Beccaris, che fece aprire il fuoco sui manifestanti e fu poi decorato dal sovrano. Le cannonate della crisi di fine secolo e l’omicidio del re sono mortalmente legati nel mostrare quanto fosse abissale la distanza tra re e sudditi.
L’Italia repubblicana, nata nel 1946 con il suffragio universale, i partiti di massa e una partecipazione politica femminile e maschile, si riconosce più facilmente nelle proprie radici novecentesche che in quella stagione tra il 1861 e la prima guerra mondiale in cui a governare era una ristretta classe dirigente, quella che Montanelli chiamava l’Italia dei notabili: grandi proprietari terrieri, avvocati, professionisti urbani. Il suffragio maschile universale fu introdotto dal presidente del Consiglio Giovanni Giolitti solo nel 1912; prima (ma anche molto tempo dopo) la politica era affare di una élite. I governi si reggevano su equilibri parlamentari costruiti da gruppi dirigenti che si contendevano pochi voti.
Anche il fascismo ha contribuito a ridefinire profondamente il posto del Risorgimento nella memoria nazionale. Il regime mussoliniano cercò di presentarsi come il compimento della rivoluzione nazionale iniziata nell’Ottocento: l’unificazione sarebbe stata solo il primo passo di una storia che trovava la sua piena realizzazione nello Stato autoritario fascista. I patrioti risorgimentali vennero così reinterpretati come precursori di una nazione forte, disciplinata e fascista. Dopo il 1945 quella genealogia forzata storicamente divenne ingombrante per la giovane repubblica italiana che doveva costruirsi rapidamente una legittimazione diversa.
Il 25 aprile e il 2 giugno sono diventate così ricorrenze perfette per consolidare il sentimento di unità nazionale perché offrivano e offrono una trama chiara, semplice e potente: la sconfitta del nazifascismo e la rinascita della democrazia. L’antifascismo inteso come lotta contro qualsiasi oppressione delle libertà ha rappresentato per decenni il terreno comune su cui culture politiche diverse fra loro (liberali, cattoliche, socialiste, comuniste) hanno potuto costruire una memoria condivisa, evitando così fratture antiche e insanabili tra monarchici (quando c’erano) e repubblicani, così come le tensioni tra nord e sud Italia e altri modi in cui amiamo dividerci.
Il vero problema del 17 marzo è forse ancora più antico e più profondo. Il vero nodo del Risorgimento è che non è mai stato una storia unica. Piuttosto un processo politico, sociale e storico complesso, nato dall’intreccio di progetti diversi di nazione e di Stato. Giuseppe Mazzini immaginava una repubblica fondata sulla sovranità popolare e su una missione morale dei popoli; Camillo Benso di Cavour costruì l’unità attraverso la monarchia costituzionale dei Savoia e una raffinata strategia diplomatica europea; Giuseppe Garibaldi incarnò invece la dimensione rivoluzionaria e popolare dell’unificazione. Ciascuno porta con sé una percezione diversa dell’Italia unita. Il 17 marzo quale tra queste dovremmo scegliere? Tutte o centomila? Al momento nessuna.
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