Quanto incide davvero la CO2 sulle bollette? Per le famiglie italiane l’Ets pesa solo il 3%

In un documento informale firmato da otto Stati membri – Danimarca, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Spagna, Portogallo, Slovenia e Lussemburgo – c’è l’altro volto della battaglia europea sull’Eu Ets, il mercato delle emissioni di CO2 che da 21 anni rappresenta un pilastro delle politiche di decarbonizzazione e di innovazione tecnologica europee. Se l’Italia lo attacca, in cerca di un capro espiatorio per gli alti costi dell’elettricità dipendenti in realtà dal gas fossile. E non solo per fini ambientalisti.
«Apportare modifiche fondamentali, mettere in discussione lo strumento stesso o sospenderlo rappresenterebbe – spiegano gli 8 Paesi – un passo indietro molto preoccupante, non solo in termini di ambizione climatica, ma anche perché indebolirebbe i segnali del prezzo del carbonio che sostengono gli investimenti e la stabilità del mercato».
Come stanno le cose? Il funzionamento dell’Ets è semplice, e si basa sul principio del “cap and trade”. Annualmente viene fissato un tetto che stabilisce la quantità massima che può essere emessa dagli impianti che rientrano nel sistema, ed entro questo limite le imprese possono acquistare o vendere quote in base alle loro esigenze. Una quota dà al suo titolare il diritto di emettere una tonnellata di CO2: le imprese che non ricevono quote di emissione a titolo gratuito o per le quali le quote ricevute non sono sufficienti a coprire le emissioni prodotte, devono acquistare le quote di emissione all’asta. Viceversa, chi ha quote di emissioni in eccesso rispetto alle emissioni prodotte, può venderle, stimolando l’innovazione e la competitività. Oggi tutti i proventi derivanti dalla vendita all’asta dovrebbero essere spesi sulla transizione ecologica (dagli investimenti sulle rinnovabili alla mobilità pubblica all’adattamento dei territori), sull’innovazione tecnologica (che possa anche ridurre le emissioni), sul sostegno finanziario per le famiglie a reddito medio-basso. Il problema è che lo Stato italiano non sta giocando secondo le regole, come mostra una recente analisi del think tank climatico Ecco: tra il 2012 e il 2024 le aste hanno generato proventi per l’Italia da 15,6 miliardi di euro, ma solo il 9% di questi fondi è stato destinato a finalità previste dalla direttiva europea, mentre la maggioranza viene destinata al fondo di ammortamento dei titoli di Stato.
Dal punto di vista economico, l’Eu Ets è peraltro molto efficiente. «So che c’è molto dibattito», sull’Ets, ha commentato nel merito la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen: «L'Ets porta chiari benefici. Dalla sua introduzione nel 2005, le emissioni sono diminuite del 39%, mentre l'economia nei settori coperti dall'Ets è cresciuta del 71%. Questo dimostra che decarbonizzazione e competitività possono andare di pari passo, e i ricavi dell'Ets sono stati generati per oltre 260 miliardi di euro dal 2005».
Come nota l’economista ambientale Massimiliano Mazzanti, sul mercato della CO2 non si sono registrati gli stessi shock avvertiti in questi giorni per i combustibili fossili: nell’ultimo mese il prezzo per emettere una tonnellata di anidride carbonica è cresciuto dell’1,91% rispetto all’anno scorso, mentre a partire dal 28 febbraio, il prezzo del gas sul mercato europeo di riferimento (Ttf) è passato da 31 €/MWh a 45 €/MWh (+50%). L’analisi Ember mostra che agli attuali prezzi del gas il costo del carbonio costituisce al massimo circa il 10% della bolletta elettrica media delle famiglie dell'Ue, meno dell'aliquota media dell'Iva (18%).
In vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, da cui si attendono possibili modifiche all’Ets ma nessuno stravolgimento, la presidente Giorgia Meloni continua a ripetere che «piaccia o no, in molte Nazioni europee una parte rilevante del costo dell’energia è legato, direttamente o indirettamente, al sistema europeo di tassazione del carbonio, il cosiddetto Ets».
Ma qual è il vero impatto del costo della CO2 sulla bolletta elettrica? Secondo i dati della Banca centrale europea messi in fila dal think tank climatico Ecco, l’Ets pesa solo per il 6,8% sul prezzo dell’elettricità per le industrie energivore e circa il 3% sulle bollette delle famiglie italiane. Inoltre, la quota dell’Ets sul prezzo dell’Italia è inferiore a Germania (9,5%) e Paesi Bassi (8,5%), e paragonabile alla Spagna (6,5%). A confronto, dall’inizio del 2026 il costo del gas fossile ha determinato il prezzo all’ingrosso dell’elettricità (che non è l’unica, ma la principale voce in bolletta) per l’89% delle ore.
«Il Governo – argomentano da Ecco – dispone già di risorse significative che potrebbero essere utilizzate per contenere nell’immediato il costo dell’energia. Tra queste il gettito Ets (circa 4 miliardi l’anno), il maggiore gettito Iva legato all’aumento dei prezzi del gas (4,3 miliardi) e i dividendi delle imprese energetiche partecipate dallo Stato (2,4 miliardi). Nel complesso si tratta di circa 10 miliardi di euro, che potrebbero essere utilizzati per ridurre rapidamente gli oneri di sistema presenti nelle bollette elettriche, che incidono per circa il 10% sulle utenze domestiche e per il 20% sulle piccole e medie imprese».
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