Il referendum sulla riforma della giustizia si chiude con una vittoria del No che ribalta i pronostici della vigilia: il fronte del Sì, sostenuto dal centrodestra, esce sconfitto anche a causa di divisioni interne e di una mobilitazione più efficace del campo opposto. L’affluenza, vicina al 59%, segnala una partecipazione significativa, alimentata anche da una quota di elettori che in passato si erano astenuti. Il dato politico più rilevante è proprio questo: il No non è stato solo il risultato della compattezza delle opposizioni, ma anche delle crepe nel blocco favorevole alla riforma.
Entrando nel dettaglio, l’analisi del voto evidenzia il peso dei “franchi tiratori”, soprattutto nel centrodestra. Tra gli elettori della Lega una quota tra il 14% e il 17% ha votato No, mentre Forza Italia registra una delle percentuali più alte di dissenso interno, fino al 17,9%. Più contenuta ma comunque significativa la distanza in Fratelli d’Italia, con oltre l’11% contrario. Nel centrosinistra, invece, le defezioni sono più limitate: il Partito Democratico resta compatto sul No con oltre il 90%, così come Alleanza Verdi-Sinistra, mentre nel Movimento 5 Stelle circa il 13-14% si è espresso per il Sì.
Determinante è stato anche il contributo degli elettori “dormienti”: tra il 57% e il 65% di chi non aveva partecipato alle ultime elezioni ha scelto il No, incidendo in modo decisivo sull’esito finale. A questi si aggiunge il fattore generazionale: il No ha sfondato soprattutto tra i giovani tra i 18 e i 34 anni, dove il consenso alla riforma si è fermato intorno al 40%, segno di una maggiore presa delle campagne contrarie, spesso veicolate sui social.
Dal punto di vista sociale, il rifiuto della riforma prevale tra lavoratori dipendenti, pubblici e privati, mentre il Sì resiste solo tra gli autonomi. Alla base del risultato convivono due spinte: la difesa dell’equilibrio costituzionale e un voto di protesta contro il governo. Una convergenza trasversale che ha deciso la partita.