Arctic Metagaz, dopo tre settimane non c’è ancora chi metterà in sicurezza il relitto alla deriva

Mar 24, 2026 - 14:00
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Arctic Metagaz, dopo tre settimane non c’è ancora chi metterà in sicurezza il relitto alla deriva

La gasiera russa “Arctic Metagaz” è stata colpita da un drone la notte del 3 marzo scorso e resta oggi abbandonata in mezzo al mare, dopo che il suo equipaggio composto da 30 marinai è stato tratto in salvo da un’unità mercantile omanita di passaggio in quel tratto di Mediterraneo centrale a circa 25 miglia a sud delle coste maltesi.

Da allora il relitto della gasiera, come uno spirito dannato, che ci riporta ai racconti di velieri fantasma in voga nei romanzi della fine del XVIII secolo, è rimasto in balia delle correnti e dei venti che lo hanno sospinto verso le coste della Libia. Le autorità russe si sono affrettate a far sapere al mondo marittimo che la nave in questione era stata abbandonata e quindi privata della nazionalità che gli conferiva la bandiera della Federazione Russa; questa dichiarazione comporta il fatto che ogni eventuale inquinamento e conseguenti danni all’ambiente marino non ricadano in alcun modo sotto la responsabilità giuridica (e quindi anche economica) dello Stato di bandiera. Tutto transita dunque sotto la responsabilità dello Stato nelle cui acque di propria giurisdizione verrà a trovarsi il relitto abbandonato.

Da queste scarne considerazioni che, ovviamente, meriterebbero un’approfondita analisi con relativi studi del diritto marittimo e di quello internazionale, partiamo nel tentativo di capire quello che realmente accade nell’intorno del relitto della gasiera ex russa e del potenziale pericolo che rappresenta per l’ambiente marino e i suoi ecosistemi.

Da giorni, anzi, da settimane, stiamo assistendo day by day ad un rimpallo di responsabilità che potrebbe suscitare la nostra ilarità se non avesse i risvolti tragici che, invece, ahinoi, possiede; infatti, al di là di un mero monitoraggio visivo disposto dalle autorità maltesi, e di un avviso di sicurezza lanciato a tutte le navi in transito di mantenersi a distanza di sicurezza del relitto medesimo, non è stato fatto finora nessun concreto tentativo d’intervento.

Abbiamo ascoltato e letto le più discutibili affermazioni, molte delle quali fanno carta straccia del diritto internazionale marittimo oltre che del comune buon senso, che sono arrivate addirittura a postulare che la competenza ad intervenire sarebbe dello Stato in cui si trova il relitto e ciò in forza della suddivisione spaziale marittima stabilita dalla “Convenzione di Amburgo (1979)” che assegna le aree di competenza SAR (Search and Rescue). Affermazioni del genere fanno davvero dubitare, e molto, sulle effettive capacità professionali di chi le ha pronunciate.

Tuttavia, vogliamo rimanere nel seminato e sappiamo bene che per farlo occorre essere, prima di tutto, pragmatici: a chi compete recuperare e mettere in sicurezza il relitto medesimo? Ieri sembrava che la società libica Noc in collaborazione con la nostra Eni fosse riuscita a trovare una soluzione tecnicamente valida e assai condivisibile, quale affidare ad una società internazionale esperta in operazioni marittime avanzate – l’olandese “Smit & Savage” – le operazioni per agganciare il relitto e rimorchiarlo fino ad un porto sicuro, disposto ad accoglierlo, per le successive necessarie attività di messa in sicurezza.

Stiamo ancora aspettando, fiduciosi nelle affermazioni fatte dai vertici del “Cane a sei zampe”, riferimento autorevolissimo della Repubblica italiana. Sommessamente, però, ci preme richiamare il fatto che occorre far presto: sono già tre settimane che il relitto galleggia nonostante le precarie condizioni di assetto al galleggiamento dello scafo e non vorremmo che il mare si stancasse di sottostare ancora al principio archimedeo. Sarebbe imperdonabile vederlo affondare sotto i nostri occhi.

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Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia