Una, dieci, cento flotille per Cuba

Il vento di primavera spinge la flotilla Nuestra America convoy dal Messsico in direzione di Cuba. La prima ad arrivare è una barca a motore, partita dalla cittadina di Progreso e diretta verso l’Avana. Altre due imbarcazioni attraccheranno sulle coste della capitale fra un paio di giorni. La spedizione di aiuti umanitari, per cielo e per mare, riunisce 19 Paesi, più di 40 associazioni e collettivi, 13 movimenti politici e sindacali, anche quattro parlamentari europei.
Un aiuto concreto per l’isola caraibica soffocata dal 1959 da un antistorico bloqueo, condannato decine e decine di volte dalle Nazioni Unite. Condannato invano, perché le amministrazioni di Washington, siano esse democratiche o repubblicane, hanno sempre fatto orecchie da mercante di fronte alle proteste dei popoli del mondo. Ora poi si è aggiunto lo stop ai rifornimenti energetici, al petrolio essenziale per l’economia di Cuba che arrivava dal Venezuela e dal Messico. Un blocco deciso da Donald Trump, una ulteriore coltellata alla schiena per un paese povero ma fiero e orgoglioso, che non si vergogna di definirsi socialista.
A bordo delle imbarcazioni sono stivati un centinaio di pannelli solari, fondamentali per le abitazioni e le scuole, biciclette e 50 tonnellate di merci fra riso, avena, fagioli e medicinali. Aiuti che si aggiungono a quelli già arrivati via aerea nei giorni scorsi. Generi di prima necessità, visto che la situazione nell’isola è difficile, e non ha torto chi dice che Cuba sta vivendo la più grave crisi da trent’anni a questa parte. Spesso è buio e i black out sono ordinaria quotidianità.
Per fronteggiare l’emergenza energetica il governo sta installando migliaia di pannelli solari donati dalla Cina, destinati soprattutto agli ospedali e al sistema delle comunicazioni. Un dramma che stride con lo spirito più profondo del popolo cubano, un inno alla vita e alla rivoluzione castrista che ha reso famosa Cuba in tutto il mondo, anche per motivi scientifici. Chi è arrivato in aereo ha subito fatto visita all’istituto Finlay, un centro di ricerca e produzione di vaccini diventato famoso per avere messo a disposizione il Soberana per combattere la recente pandemia da Covid.
Vincente Rodriguez e la sua equipe di sanitari non hanno dubbi: dobbiamo resistere. Figlio di una famiglia povera e poco alfabetizzata, racconta che “non sarebbe mai riuscito a studiare se non ci fosse stata la Rivoluzione. La mia laurea è figlia della Rivoluzione. E vorrei questa stessa possibilità di avanzamento sociale anche per i miei nipoti”. In uno dei centri più importanti della biotecnologia cubana, con un livello di ricerca elevatissimo, si incontrano medici che non per guadagno ma per amore dell’umanità hanno scelto di lasciare le loro case, i loro affetti, e viaggiare ai quattro angoli del pianeta, compresa l’Italia, per assistere popolazioni in difficoltà per il Covid.
“Una statura morale che commuove - sottolinea Antonella Bundu - a dimostrazione che, pur nelle ristrettezze provocate dal bloqueo, Cuba è riuscita a dare speranza grazie ai suoi sanitari a centinaia di milioni di persone che avevano bisogno di assistenza medica”. “Medici che avrebbero potuto guadagnare quanto volevano - aggiunge Massimiliano Del Moro, con indosso una maglietta del Collettivo di fabbrica ex Gkn - eppure hanno scelto di esercitare la loro professione nel segno della solidarietà con i popoli latino americani e non solo”.
L’Istituto Finlay è stato fortemente voluto da Fidel Castro fin da quando, alla fine degli anni 80 del secolo scorso, Cuba dovette affrontare un gravissimo problema sanitario, la meningite che colpiva i più piccoli. Un gruppo di medici e scienziati, coadiuvati da ricercatori di tutto il mondo, riuscì nell’impresa di produrre e utilizzare un vaccino efficace per stroncare l’epidemia. Un esempio concreto di come il rifiuto ideologico delle più elementari norme di prevenzione contro le malattie - ricordate i no-vax? - non faccia parte della cultura dell’isola. Passi avanti nella scienza medica dettati dalla stringente necessità di dover fare tutto (o quasi) da soli. A ennesima dimostrazione della inumanità del bloqueo imposto dagli Stati Uniti a un minuscolo stato di dieci milioni di abitanti.
Difendere Cuba in un’epoca di guerra permanente è difendere l’ideale di un altro mondo possibile, nel quale i popoli cooperano per combattere le malattie. L’ istituto Finlay ha quattro siti produttivi, ma in queste settimane l’energia elettrica può essere garantita soltanto ad uno di essi. “Ennesima indegnità perpetrata dall’amministrazione Usa di Donald Trump”, tira le somme Massimiliano. La mancanza di carburante costringe medici e ricercatori a fare i salti mortali per arrivare nei laboratori. Spesso e volentieri dormono qui, al Finlay, per poter essere operativi il giorno dopo.
Fotografie resistenziali, di una resilienza capillare di fronte all’ennesima, insopportabile ingiustizia. I vaccini sono commercializzati in cambio di materie prime essenziali per la vita quotidiana dell’isola, ma ora è tutto più difficile, visto che anche il trasporto aereo per le esportazioni e le importazioni è fermo per la mancanza del carburante. Gli occhi lucidi dei partecipanti al convoglio umanitario si riflettono negli sguardi commossi di medici e ricercatori cubani. Tutte e tutti capiscono bene quanto sia importante non lasciare che Cuba sia asfissiata definitivamente dal bloqueo economico ed energetico, da un assedio che ricorda i periodi più bui della storia dell’umanità. Due petroliere - una russa, l’altra cinese - stanno sfidando il bloqueo per portare a Cuba petrolio e gasolio. Una boccata di ossigeno, anche se speriamo che venga presto il tempo in cui i combustibili fossili saranno sostituiti dalle energie rinnovabili. “È in gioco un futuro equo, sostenibile e libero”, non si stanca di ripetere Greta Thunberg.
L’incontro con il presidente Miguel Diaz - Canel insieme agli altri delegati della Nuestra America convoy è la fotografia di una sala piena, attraversata da continenti e lingue diverse, storie differenti ma con una direzione comune. In un mondo dove la forza pretende di sostituire il diritto, dove una potenza imperiale si accanisce contro una piccola isola, Cuba ne uscirà anche con la transizione ecologica, così come avevano promesso di rendere l’isola territorio libero dall’analfabetismo e ci sono riusciti. Lotteremo e vinceremo, conclude Diaz – Canel, perché il governo degli Stati Uniti deve capire che Cuba non si blocca, non si chiude, non si isola. Ad applaudire, fra i tanti, Jeremy Corbyn, Pablo Iglesias, Claudia de la Cruz, Chris Smalls.
“Spero che Cuba da forte aggredito e arroccato diventi piazza aperta all’umanità”, dice Gianluca Peciola prima di lasciare l’isola con Mimmo Lucano e Ilaria Salis. Arrivano le barche insieme alla primavera. Proprio dagli Stati Uniti, dove la strategia di asfissia energetica è stata pensata, è partita la risposta della società civile che, sull’esempio della flotilla che a settembre ha tentato di raggiungere Gaza, ha immaginato una nuova azione “umanitaria e politica insieme”. Lo spiega da mesi dentro e fuori gli Usa David Adler, ricercatore, ex consulente di Bernie Sanders, oggi coordinatore dell’Internazionale progressista. “L’amministrazione Trump sta rafforzando l’assedio con il proposito di farla finita con Cuba - spiega - La gente di tutto il mondo deve appoggiare il popolo cubano, opporsi a queste politiche punitive e pretendere che ogni Paese abbia diritto a vivere, evolvere e decidere il proprio futuro senza dover affrontare intimidazioni”.
Nei quartieri dell’Avana vecchia si arriva con un piccolo bus elettrico, alimentato a pannelli solari, un anziano produttore di caffè vuole ringraziare personalmente i partecipanti della Flotilla. Parla di mutualismo e di rivoluzione, e sorridendo aggiunge: “Se il pazzo arancione decidesse di attaccarci, voi sareste qua con noi”. Nel segno di un eroe della rivoluzione come Ernesto Che Guevara, diventato un’icona globale: alzi la mano chi non ha una maglietta, un accendino, una borsa con l’immagine del Che fra le cose da conservare, quelle che ci accompagnano dalla scuola alla maturità, magari un po’ stinte ma sempre tenute come un piccolo, iconografico tesoro.
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