Roma, alle Terme di Diocleziano apre la mostra “Metamorphoses” di Wu Jian’an
Roma, 24 mar. (askanews) – ‘Metamorphoses. L’arte che trasforma’ è il titolo della mostra personale dell’artista cinese Wu Jian’an che si apre domani nelle Aule X e XI-XI bis delle Terme di Diocleziano a Roma – Museo Nazionale Romano, sotto la direzione di Federica Rinaldi.
Curata da Umberto Croppi per la Fondazione Berengo con il coordinamento di Giulia Cirenei, l’esposizione si sviluppa come un viaggio immersivo attraverso i diversi materiali e le tecniche che definiscono la pratica artistica di Wu Jian’an: dal vetro di Murano soffiato a mano a opere contemporanee monumentali che ereditano e decostruiscono le tradizioni artistiche cinesi, utilizzando al contempo il ritaglio della carta, l’intaglio del cuoio e il collage.
Attingendo alla mitologia romana classica e alle tradizioni filosofiche orientali, Wu Jian’an intreccia i riferimenti alle “Metamorfosi” di Ovidio – con la loro affermazione che “nec species sua cuique manet” (“nessun essere mantiene la propria forma”) – come idea chiave attraverso cui interpretare questo progetto, intrecciandolo con le nozioni taoiste di trasformazione e cambiamento generativo (??, huàsh?ng). Piuttosto che collocare idee, materiali e storie ereditate all’interno di posizioni culturali fisse, l’artista li sintetizza in un processo dinamico di trasformazione, consentendo al mito, al mezzo e alla narrazione di essere continuamente riconfigurati in un linguaggio visivo unificato che riflette le esperienze contemporanee di instabilità, cambiamento e rinnovamento. La giustapposizione di opere realizzate con tecniche e su scale diverse mette in risalto la sua straordinaria capacità di creare immagini e la sua raffinata maestria artigianale, approfondendo al contempo la sua più ampia indagine concettuale sulla trasformazione come processo sia materiale che filosofico.
“Il dialogo tra arte contemporanea e letteratura antica può rivelare sorprendenti affinità. Ce lo dimostra la mostra Metamorphoses ospitata alle Terme di Diocleziano del Museo Nazionale Romano in cui l’artista cinese Wu Jian’an si confronta con Ovidio, poeta latino, vissuto all’epoca di Augusto, autore delle più famose Metamorfosi”, commenta Federica Rinaldi.
“La sfida di porre a dialogo, nonostante la distanza temporale e culturale che li separa, il tema della trasformazione all’interno dello spazio colossale delle Terme, sembra voler mostrare come il cambiamento sia una forza fondamentale che attraversa il mondo naturale, umano e simbolico, rendendo ogni azione sempre dinamica e mai statica”, aggiunge la direttrice del Museo Nazionale Romano.
“La mostra di Wu Jian’an a Roma è un vero e proprio evento dalle molteplici letture. Il maestro cinese, che ha rappresentato il suo Paese alla Biennale di Venezia del 2017, non è infatti un artista qualunque, le sue opere sono frutto di solidi studi sulla letteratura, la filosofia e le mitologie orientali e occidentali, accompagnate dalla meticolosa ricerca su tecniche di artigianato tradizionale”, spiega Croppi. “Le installazioni realizzate appositamente per questo luogo maestoso, non si limitano a offrire uno spettacolare impatto estetico, ma sono concepite come una interpretazione degli ambienti e dei simboli delle antiche Terme e dei loro contenuti monumentali. Il percorso realizzato con carte, pelli e vetri costituisce una chiave per comprendere le profondità dell’arte cinese e le sue connessioni con la parallela e distinta cultura greca e romana, frutto di lungo e laborioso processo”, sottolinea il curatore della mostra.
Il percorso inizia nell’Aula X delle Terme di Diocleziano nell’ si snoda attraverso alcuni dei principali cicli di opere dell’artista allestiti per creare un “teatro” visivo in cui immagini, artigianato, materiali, mitologia e figura umana si intrecciano. Due monumentali installazioni occupano la parte centrale dello spazio: Masks (2017-2018), composta da 360 sculture intagliate nel cuoio e l’opera finemente traforata The Heaven of Nine Levels (2008-2009). Il materiale impiegato in queste opere era utilizzato nell’antico Oriente per realizzare tamburi, oggetti che erano non solo strumenti musicali, ma anche mezzi rituali di collegamento tra cielo, terra e umanità. Il suono del tamburo simboleggiava la risonanza tra gli esseri umani, la natura e il cosmo. Reinterpretando sia le tradizioni culturali cinesi sia le culture delle maschere del Mediterraneo attraverso una prospettiva contemporanea, queste opere evocano uno spazio ritualizzato che riflette sulle relazioni tra materia e spirito, tra il primitivo e il civilizzato e sui costumi dell’umanità in relazione alle leggi della natura.
La creazione di complesse strutture visive composte da centinaia o addirittura migliaia di figure sovrapposte – intagliate su carta da acquerello, dipinte con acquerello, acrilico, impregnate di cera d’api, cucite con filo di cotone e montate su seta – costituisce il metodo distintivo della serie Incarnations (dal 2011) nell’Aula XI e in questa occasione sono presentati integralmente due nuovi gruppi appartenenti a questo corpus di opere. Le sette opere di Xíng Ti?n (2021-2022) reinterpretano il leggendario eroe mitologico antico noto per il suo spirito indomito. Apparendo attraverso diversi spettri cromatici, la figura diventa una metafora di una forza spirituale latente insita nell’esistenza umana, riapparendo in diversi territori di luce e colore che evocano geografie e temporalità mutevoli. Le quattro opere di The Eternal Cycle – Running Through the Seasons (2024-2025) rappresenta una delle composizioni più ambiziose e complesse della serie. Attingendo alle tradizioni visive dell’arte dell’antica Grecia e di Roma, le immagini raffigurano figure che corrono in avanti con vitalità dinamica, incarnando la trasformazione ciclica delle stagioni e lo scorrere del tempo. Il movimento drammatico del cielo e della terra, il tuono e il rinnovamento attraverso le quattro stagioni e lo slancio inarrestabile della vita sono resi con sorprendente intensità.
La mostra presenta anche la serie Invisible Faces (dal 2019) nell’Aula XIbis, composta da sculture in vetro soffiato a mano realizzate dall’artista presso Berengo Studio, sembrano visitatori provenienti da un altro pianeta e, al tempo stesso, reliquie di antichi miti che aleggiano nel mondo umano. La trasparenza del materiale cattura momenti fugaci di metamorfosi in forma fisica mentre i sottili cambiamenti di luce e di angolazione visiva creano un senso di movimento all’interno del materiale.
Il catalogo, in corso di preparazione, conterrà i testi di Adriano Berengo, Umberto Croppi, Federica Rinaldi, Chenye (Peter) Shi, una conversazione con l’artista di Bao Honglei e le immagini dell’allestimento.
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