Trump, e l’illusione di una soluzione venezuelana per l’Iran post Khamenei

Non si dovrebbe mai gioire della morte di una persona, anche della più efferata come Ali Khamenei, però nessuno può toglierci il gusto di leggere e rileggere con soddisfazione i necrologi sul gretto teocrate islamico che per decenni ha torturato un intero popolo, si è sporcato le mani del sangue di milioni di persone e ha tenuto in ostaggio il Medioriente nel tentativo di esportare la rivoluzione sciita nel mondo sunnita e di distruggere lo Stato di Israele.
La condanna a morte di Khamenei se l’è scritta lui stesso il 7 ottobre 2023, il giorno dell’infamia della caccia agli ebrei. Quel giorno in cui migliaia di ebrei israeliani e non solo israeliani sono stati trucidati e rapiti in nome di Allah era stato salutato a Teheran come l’inizio della riscossa islamista, ed era stato progettato per rallentare gli Accordi di Abramo che avrebbero avvicinato gli Stati arabi a Israele. Ma il pogrom di ebrei condotto da Hamas col sostegno di Iran e Qatar ha avuto l’effetto contrario.
Israele ha reagito, i Paesi arabi hanno fatto fronte comune contro l’Iran, ed è cominciata la fine di Hamas a Gaza, di Hezbollah in Libano, degli Huthi in Yemen, del sogno nucleare iraniano e ora anche del Leader Supremo Khamenei.
Il mondo senza Khamenei è un posto migliore, però fatto un Ayatollah se ne può sempre fare un altro, o al suo posto si può mettere un Pasdaran o un altro fanatico. Nonostante i missili e le bombe, la Repubblica islamica è ancora lì, certamente indebolita e imbarazzata, ma da qui a dire che a Teheran è cambiato il regime e sta per arrivare la libertà e la democrazia ce ne vuole.
L’obiettivo di Israele è chiaro, così come quello dell’Arabia Saudita che con Mohammed Bin Salman ha convinto Trump a intervenire con ripetute telefonate nei giorni precedenti l’attacco (fonte Washington Post).
Con questa operazione, israeliani e sauditi hanno piegato il loro principale nemico esistenziale, e hanno eliminato la sua Guida Suprema. Ora pensano che i missili che i Pasdaran stanno sparacchiando più o meno a caso contro tutti i paesi vicini siano un effetto collaterale tutto sommato sopportabile (ieri i missili iraniani hanno ucciso nove civili israeliani, e tre soldati americani).
Quale sia l’obiettivo di Trump, invece, è ancora da capire, al di là del potersi vantare di aver eliminato il capo di un regime che da oltre quarant’anni urla «morte all’America», ma che ieri – malgrado sia ammaccato – ha continuato a urlare lo stesso slogan nelle manifestazioni di piazza organizzate a sostegno del regime.
Tutte le motivazioni date da Trump per giustificare l’attacco all’Iran sono risibili: i crimini iraniani sono ben noti da decenni; non c’era un pericolo nucleare imminente, specie dopo che Trump stesso ott mesi fa aveva detto che le capacità di Teheran di costruirsi la bomba erano state azzerate dal precedente attacco aereo israelo-americano; i colloqui di Ginevra, stando a quanto dicono i mediatori dell’Oman, avevano registrato progressi; infine, nessuna persona sana di mente può credere che Trump abbia a cuore i diritti, la democrazia e la libertà degli iraniani, peraltro mentre cerca di limitare la libertà, di piegare la democrazia e di sopprimere i diritti civili degli americani.
Trump si è fatto convincere dai sauditi e dagli israeliani, che avevano buone ragioni, ha approfittato del momento di estrema debolezza del regime iraniano e si è fatto ingolosire dall’operazione militare perfettamente riuscita in Venezuela.
Il modello di Trump è quello sperimentato a Caracas: sostituire il dittatore Maduro con la vice dittatrice Delcy Rodríguez, un modello che vedremo presto in pratica anche a Cuba. Si parla già di chi potrà essere la Delcy Rodríguez iraniana, e si fa il nome di Ali Larijani, il capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale.
Ieri, rispondendo a una telefonata dell’Atlantic magazine, Trump ha detto di aver accettato di parlare con la nuova leadership iraniana emersa dopo la decapitazione del vertice: «Vogliono parlare, e ho accettato di parlare, quindi parlerò con loro. Avrebbero dovuto farlo prima. Avrebbero dovuto dare prima ciò che era molto pratico e facile da fare. Hanno aspettato troppo a lungo», ha detto Trump.
Questo è il suo schema di gioco: non cambiare il regime, ma cambiare il vertice del regime con qualcuno che sia disposto a rispondere a lui in cambio della sopravvivenza e della mano libera nella gestione interna del Paese.
L’Iran però non è il Venezuela, e gli Ayatollah, i Pasdaran e la polizia morale sono forze rivoluzionarie, fanatiche e religiose che difficilmente accetterebbero che qualcuno di loro tradisca e scenda a patti con il Grande Satana americano, peraltro spalleggiato dai nemici plurisecolari sunniti e da quella che loro chiamano entità sionista. Quindi è ancora possibile che dopo la morte di Khamenei, l’alternativa agli Ayatollah sia un regime guidato dalle Guardie rivoluzionarie ancora più ostile all’Occidente e ancora più repressivo in patria.
Trump come al solito non ha nessun piano in testa, se non la gloria e l’arricchimento personale. Le conseguenze dell’operazione militare aerea su un Paese di novanta milioni di abitanti non sono state valutate come avrebbero dovuto, nonostante le tenui riserve espresse dal vicepresidente J.D. Vance e la neutralità della capo di gabinetto Susie Wiles.
Oggi è più probabile che l’Iran post Khamenei sarà guidato da una dittatura militare dei Pasdaran che non da un’opposizione democratica, che nel Paese peraltro come forza politica non esiste.
L’opposizione della diaspora è composta dai mujaheddin del popolo, una setta di fanatici nati come marxisti-islamisti e alleati degli Ayatollah, che fino a qualche anno fa era considerata dal Dipartimento di Stato americano un’organizzazione terrorista. L’altro gruppo di opposizione all’estero è quello dei seguaci dell’erede dello scià di Persia.
Entrambi i gruppi sono odiati in Iran e non hanno grande presa nel paese: i primi perché sono considerati traditori che hanno aiutato l’Iraq di Saddam Hussein nella guerra tra Iran e Iraq che ha fatto un milione di morti; i secondi perché non hanno mai preso le distanze dai crimini dal regime laico ma fascista e repressivo dello scià.
La forza più dirompente è quella del popolo iraniano, che non vede l’ora di liberarsi delle catene del regime islamista. Ma per quanto possa esprimere gioia e soddisfazione per la morte dell’oppressore supremo, il popolo iraniano è disarmato, e soltanto due mesi fa è stato falcidiato dai Pasdaran che in due giorni hanno ucciso secondo alcune stime quarantamila persone che erano scese in piazza per protestare contro il regime.
Khamenei è stato eliminato, leggere i suoi necrologi è un balsamo, ma la Repubblica islamica purtroppo è ancora lì. L’idea che per risolvere la questione sia sufficiente sostituire il capo supremo con uno dei suoi sottoposti è un’illusione che può ingannare soltanto uno sprovveduto come Trump.
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